Calcio

Il Milan di Zaccheroni: storia di un’epica rimonta

Lo scudetto del 1999 vinto dal Milan di Zaccheroni è sicuramente il titolo più inatteso della storia rossonera. Reduci da due campionati conclusi nelle zone anonime di centro-classifica, i ragazzi di “Zac” sovvertirono tutti i pronostici, vincendo in volata contro la Lazio. Riviviamo le tappe di quell’inseguimento, partito da un -7 in classifica a sette giornate dalla fine.

Milan di Zaccheroni: l’uomo della rifondazione

Milan di Zaccheroni – Immaginate di essere un allenatore di calcio e di ricevere un’offerta dal Milan: una responsabilità oggettivamente gravosa, considerato il blasone del club, non trovate? Immaginate ora di essere chiamati a risollevare le sorti di una squadra capace, negli ultimi dieci anni, di vincere qualcosa come 17 trofei, in Italia e all’estero, ma che da un biennio latita nelle zone di centro-classifica. Immaginate infine di essere un tecnico emergente, che ha portato l’Udinese in coppa Uefa, tra gli Osanna di critica e tifosi, e decide ora di lasciare tutto per imbarcarsi in un’impresa più grande di lui. Se il gioco dei ruoli vi è riuscito, non vi sarà difficile intuire il clima d’incertezza e scetticismo che accolse Zaccheroni sulla panchina del Milan.

La lenta dissoluzione di un mito

Alberto Zaccheroni ha vinto due volte: non solo ha riportato il tricolore a Milano, ma ha scacciato i fantasmi di Sacchi e Capello. I due erano riusciti, negli anni, a plasmare quella che, anni dopo, verrà proclamata la “migliore squadra di tutti i tempi”. Il mito degli “invincibili” sboccia nel segno dei tre “tulipani”, Van Basten-Rijkard-Gullit e perdura grazie a una striscia d’imbattibilità lunga 58 gare di campionato. Un’intera generazione di tifosi ha vissuto la “sbornia” delle notti di Barcellona, Vienna e Atene che sono valse tre Coppe dei campioni.

Il Milan ha saputo mutare diverse volte pelle in quegli anni, riuscendo ad adeguarsi a stili di gioco per molti aspetti differenti: pressing asfissiante e continua aggressione dell’avversario da parte di Sacchi, maggiore pragmatismo e solidità difensiva in Capello. Sembra di trovarsi di fronte a una creatura immortale, in grado sempre di rigenerarsi e perfezionarsi. I gol di Papin suppliscono ai travagli fisici di Van Basten, mentre a centrocampo le geometrie di Albertini “tappano” il buco lasciato da Ancelotti. Solo la difesa conserverà diverse pedine, andando a costituire la base su cui verrà costruito lo scudetto di fine millennio.

Sembra quindi surreale che un simile meccanismo s’inceppi. A spezzare l’egemonia rossonera provvede la Juventus di Marcello Lippi la quale, nel 1995, riporta lo scudetto in bacheca, interrompendo un dominio che durava da tre anni. E’ una fiera antagonista la squadra piemontese, costruita sulla forza di quei pochi campioni che hanno declinato la corte berlusconiana per amore della maglia (l’allora “blucerchiato” Vialli) e su diversi giovani che hanno fatto tanta gavetta (Di Livio e Torricelli). I ragazzi di Lippi proveranno a ripetere i fasti europei dei rossoneri, ma senza avere uguale fortuna. Delle tre finali di Champions disputate tra ’96 e ’98 solo una prenderà la via di Torino.

Milan-Juventus 1-6

La data che segna l’ideale passaggio di consegne tra le due squadre è quella del 6 aprile 1997. Allo Stadio San Siro si presenta una Juventus campione d’Europa in carica e già lanciata verso il ventiquattresimo scudetto. Il Milan, dal canto suo, si è affidato a Tabarez dopo l’addio di Capello (passato al Real Madrid), ma è ottavo, attardato di 13 punti dalla vetta. Neanche il ritorno di Arrigo Sacchi, che si dimette dalla Nazionale proprio “per amore dl Milan”, come egli stesso dichiarerà, riesce a dare la “sterzata” tanto attesa. Ad attendere il Milan una disfatta epocale: un 1-6 inappellabile firmato dalle doppiette di Jugovic e Vieri e i gol di Zidane e Amoruso.

L’1-6 di marca juventina che sancisce la fine del ciclo degli “invincibili”

Lì si capisce che qualcosa ai piani alti è cambiato definitivamente. Il Milan degli invincibili si è ormai sgretolato, e la cesura si rivela repentina e traumatica. I rossoneri chiuderanno quel campionato all’undicesimo posto, sarà decimo l’anno successivo e dovrà dire addio a dei pilastri come Tassotti e Baresi, oltre ai vari Savicevic, Desailly, Eranio. La società opta per un cambio coraggioso e radicale: entra in scena Alberto Zaccheroni.

Il Milan di Zaccheroni e Bierhoff

Zaccheroni si presenta al Milan nel 1998 con alle spalle tre anni da assoluto protagonista in Serie A. Gino Pozzo ha deciso infatti di “rischiare” affidandogli la squadra e lui lo ripagherà col raggiungimento dell’Europa. Zaccheroni, che mai aveva allenato in A fino a quel momento, allestisce la squadra con un 3-4-3, nel quale spicca l’efficacia del tridente d’attacco composto da Poggi, Amoroso e Bierhoff. Proprio il tedesco diventerà uno degli uomini più fidati del tecnico emiliano. Centravanti “vecchio stampo”, dal fisico possente, Bierhoff ha vestito in Italia, senza particolare fortuna, la maglia dell’Inter che, senza averlo mai fatto esordire, lo gira al’Ascoli dove il “panzer” conquisterà il titolo di capocannoniere della Serie B sotto la guida di Massimo Cacciatori. Traguardo che bisserà, stavolta in Serie A, anche col bianconero friulano addosso nella stagione 97-98, quella della consacrazione, in cui l’Udinese conquista la piazza d’onore dietro Juve ed Inter, e lui mette a segno 27 gol, tra cui proprio una doppietta al Milan.

La doppietta di Bierhoff al Milan nel campionato 97-98

Sarà proprio Bierhoff il primo acquisto che Zaccheroni chiederà al “cavaliere” una volta approdato al Milan. In sintonia con il profilo basso del proprio allenatore, il Milan effettua pochi acquisti ma mirati. Oltre ai giovani Sala e Guglielminpietro (che verranno presto promossi titolari), in porta arriva Jens Lehmann (che si rivelerà lontano parente dell’insuperabile baluardo ammirato in Nazionale), mentre gli acquisti di punta arrivano proprio via Udine, e sono l’esterno destro Helveg e, come anticipato, il cannoniere Bierhoff.

Nonostante schieri la punta di diamante del campionato, il Milan non si presenta certo ai blocchi di partenza coi ranghi del favorito. Formazioni come Juventus ed Inter sono ben più quotate, mentre destano curiosità la Lazio di Erikson e la nuova Fiorentina di Trapattoni, candidate al ruolo di outsiders.

Le incertezze del girone d’andata

L’inizio del torneo sembra far rispettare le aspettative, con la Fiorentina in testa alla graduatoria e la Juventus, diretta inseguitrice, a tallonarla. Resta attardata la Lazio, frenata da qualche pareggio di troppo, mentre l’Inter, dopo un buon avvio, comincia a perdere contatto dalla vetta. Il Milan conferma invece i timori della vigilia: nelle prime cinque giornate i rossoneri ne vincono tre (soffrendo a Venezia) e perdono due. Bierhoff si toglie però la soddisfazione di andare sempre a rete nelle prime quattro uscite, e lo fa sfoderando la specialità della casa: il colpo di testa. Quindici dei suoi diciannove gol stagionali arriveranno proprio così.

La doppietta di Bierhoff al Bologna durante la prima giornata

D’altronde lo stesso Zaccheroni avverte: “Non si può pensare di aver cancellato tutti i problemi all’improvviso”, e ha ragione. Le sconfitte contro Fiorentina e Cagliari riportano il diavolo coi piedi per terra, e fanno immaginare un campionato in lizza per la zona Uefa. E’ un Milan che gioca ancora col 3-4-3, modulo prediletto da “Zac”. Se Ziege e Helverg sono gli esterni titolari “fissi”, a ruotare sono spesso le pedine offensive: nelle prime giornate si alternano i vari Ganz, Ba, Leonardo e Weah. L’unico inamovibile, manco a dirlo, è proprio Bierhoff.

Il campionato prosegue tra risultati altalenanti, fra cui una vittoria in rimonta sulla Roma e un pareggio in extremis a Piacenza. Il primo “picco” stagionale lo si raggiunge alla decima giornata, laddove i rossoneri sconfiggono una Lazio, ancora in cerca d’identità, a San Siro. L’1-0 finale lo sigla Leonardo con un sinistro dal limite, consegnando ai suoi il secondo posto in coabitazione con la Roma.

Milan-Lazio 1-0

Una vittoria che dà morale e punti “pesanti”, ma che rischia di essere vanificata dal rovescio subito a Parma, un 4-0 che frena gli entusiasmi. Il girone di andata si chiude con il Milan quarto, a quota 30 punti, ma a stretto contatto con la Fiorentina capolista che dista appena 5 lunghezze. Comincia ad avanzare la Lazio che, battuta la Juve al “Dell Alpi”, infila cinque vittorie consecutive e si porta al secondo posto.

La cavalcata del girone di ritorno

Il girone di ritorno inizia in modo piuttosto positivo per il Milan che conquista cinque vittorie, un pareggio e perde soltanto contro la Roma. Il Milan è sempre terzo dietro la coppia Fiorentina-Lazio che continua a macinare punti.

Zaccheroni intanto, un po’ per necessità, un po’ per scelta tecnica, ha dovuto operare dei cambi al suo assetto. Un giovane Christian Abbiati è stato promosso titolare dopo la cessione di Lehmann e l’esclusione di Rossi per motivi disciplinari. Guglielminpietro si è preso la fascia sinistra a discapito di Ziege, ma la variazione più visibile è nel modulo: non più 3-4-3, ma 4-3-1-2 con l’avanzamento di Boban sulla trequarti.

Un primo “scossone” si ha alla sesta giornata, quando il Milan cede alla Roma e la Fiorentina viene bloccata sull’1-1 a Salerno, mentre la Lazio completa l’allungo battendo il Vicenza 1-2 e portandosi a +4 sulle inseguitrici. Punti di distacco che salgono a sette quattro giornate dopo, quando il Milan pareggia con il Bari e la Lazio supera il Venezia.

Il 2-2 di Bari che sembra infrangere i sogni scudetto

La doppietta di Osmanovski sembra infrangere definitivamente le velleità tricolore, un sospetto che diviene certezza la domenica successiva, quando Lazio e Milan impattano 0-0 all’Olimpico. La squadra di Zaccheroni è terza, a un punto dalla Fiorentina e a ben sette dalla Lazio, lo scudetto è pura utopia. E invece, accade l’imponderabile…

Le “sette meraviglie” del Milan

La Lazio, che fin lì non aveva mai perso nel girone di ritorno, cade 3-1 nel derby. Il Milan soffre per tutto il primo tempo un arrembante Parma, che si porta in vantaggio con un sinistro di Balbo da posizione defilata. Nella ripresa, uscito uno spento Bierhoff, un gran destro di Maldini e un gol in contropiede di Ganz daranno il secondo posto al Milan a -4 dalla Lazio.

Milan-Parma 2-1

E’ la prima delle “sette meraviglie” che consentiranno al diavolo di raggiungere l’aquila in volo. Nella giornata successiva la Lazio perderà nuovamente in casa contro la Juventus, mentre il Milan vincerà 5-1 ad Udine accorciando ulteriormente sul -1. Stessa sorte toccherà a Vicenza, Sampdoria e Juventus, mentre la vittoria sull’Empoli alla penultima giornata, associata al pareggio tra Fiorentina e Lazio, coinciderà col tanto agognato sorpasso.

Milan-Empoli 4-0, la gara del sorpasso

Fino a che, il 23 maggio 1999, il capolavoro è compiuto: il Milan batte il Perugia per 2-1 e rende ininfluente la vittoria della Lazio sul Parma. Zaccheroni, alla fine, non viene tradito dal suo uomo più importante: Oliver Bierhoff. Il tedesco mette a segno il gol della sicurezza come solo lui sa fare, di testa, prima che un gol di Nakata non provochi qualche brivido al popolo rossonero. Nel finale c’è spazio solo per i brividi di gioia, sublimata nella classica frase: “E’ un sogno che si realizza”. A pronunciarla è proprio Zaccheroni, lo stesso del quale ci si chiedeva se sarebbe stato in grado di reggere l’urto con una grande squadra.

L’esame lo avrebbe superato in pieno. Il suo Milan avrebbe dimostrato di saper coniugare doti da scalatore, che sa soffrire nel gruppo, a quelle si velocista, abile a bruciare tutti sullo scatto decisivo. Poco importa se quel Milan di Zaccheroni non sarà in grado di regalare ai suoi tifosi l’ebbrezza delle notti magiche di Coppa come seppero fare i Sacchi e i Capello. Tutti conservano intatta la memoria di quell’assolato pomeriggio di Perugia.

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