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Mona Lisa and the Blood Moon: il mistero dei biscotti della fortuna

Sembra come se Ana Lily Amirpour avesse aggiunto un altro tassello mancante alla stessa narrazione iniziata nel 2014 con Girl Walks Home Alone at Night, proseguita con The Bad Batch che si è aggiudicato il Premio Speciale della Giuria nel 2016 al Festival del cinema di Venezia e, in ultimo, con Mona Lisa and the Blood Moon. Sia chiaro che le storie dei tre lungometraggi sono molto diverse tra di loro e spaziano dallo spaghetti western al dispotico post-apocalittico fino all’intreccio di generi su cui aleggiano le vibes di Harmony Korine. Eppure la filmografia dell’autrice parla delle stesse donne emarginate ma non respingenti, sole ma non isolate, impegnate nella ricerca di un contatto con l’alterità perché è in quello scontro che riescono a esaminare – e forse scoprire – qualcosa su se stesse e sul mondo.

Mona Lisa and The Blood Moon inizia, si sviluppa e finisce non raccontando nulla della sua protagonista. Mona Lisa Lee (Jeon Jong-seo, già vista nel capolavoro Burning-L’amore brucia) è una scatola apparentemente vuota, desiderosa di conoscere il mondo esterno al di fuori della stanza della clinica psichiatrica in cui vive da quando aveva dieci anni. Per cui la sua evasione segna un momento di nascita, di venuta al mondo: da quel momento in poi non smetterà più di divorare cose, persone, emozioni e buste di patatine. 

Mona Lisa and The Blood Moon: quando l’esoterismo incontra la musica techno

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C’è una strana vibrazione che aleggia su tutto il film e che non esplicita mai la propria natura, la stessa che rende tutti i lavori di Amirpour ipnotici e affascinanti. Mona Lisa and The Blood Moon è strettamente collegato all’esoterismo, non a caso Amirpour decide di ambientare le vicende di Mona Lisa a New Orleans, dove la stregoneria e l’esistenza sembrano assumere uno strano legame ancestrale. La protagonista possiede dei poteri psichici che permettono di manipolare il corpo delle persone solo guardandole ma, inspiegabilmente, inizia a utilizzare questo potere solo a vent’anni. Dalla stanza insonorizzata, stretta nella camicia di forza, Mona Lisa inizia un viaggio di conoscenza e, senza saperlo, di riappropriazione. La storia racconta della vecchia parabola del freak, del mostro che incute timore e curiosità. In realtà Mona Lisa and The Blood Moon fa un passo oltre la semplice invettiva sull’emarginato, utilizzandola come escamotage per raccontarci di un legame profondo, quasi ancestrale, tra un essere umano a cui tutto è stato negato e la scoperta di se stesso.

Mona Lisa incontrerà nel suo percorso lo spacciatore Fuzz (Ed Skrein), la spogliarellista Bonnie Belle (Kate Hudson) e suo figlio Charlie (Evan Whitten). Tre personaggi –borderline– che forniranno alla protagonista una malconcia bussola con cui iniziare a vivere: Mona Lisa ascolta tutti e crede a tutti ma è nell’incontro e nello scontro con gli altri che si accorge di quanto vale la sua identità. A farla da padrona per tutto il film è la colonna sonora techno che accompagna – come solito per Amirpour – le scene psichedeliche condite da luci al neon e colori fluorescenti, sequenze bellissime per la mente e per gli occhi e per assimilare in maniera catartica ciò che il film sta raccontando: è il momento di raccoglimento, di preghiera.

Chi è Mona Lisa?

C’è un’intera sequenza in cui Mona Lisa approfondisce il suo rapporto con Charlie, il figlio respinto e maltrattato di Bonnie. Con lui Mona Lisa sembra instaurare il legame più puro e inaspettato: Charlie racconta a Mona l’importanza della musica metal e le insegna a ballarla, Mona aiuta Charlie con i bulli della scuola e, infine, Charlie ritrae -come un giovanissimo Leonardo Da Vinci– la sua Monna Lisa. Quel ritratto è l’unica cosa più intima che rimarrà di lei, ma cosa vuol dire esattamente? Me lo sono chiesta per quasi tutto il film, fino a quando per illuminazione sembra essermi balenato per la mente il fatto che l’attrice protagonista non faceva -volutamente- trasparire nessuna emozione, oppure che ne potesse farne evincere molte a seconda di come si stava guardando lei e la situazione.

Allora ho capito che la Monna Lisa non riguarda tanto la donna quanto il mistero che nasconde e la volontà ossessiva di svelarlo. Tutti sembrano volere qualcosa da lei, attingere al suo potere, capirne l’identità: il poliziotto, Fuzz e il suo primo bacio, Bonnie e la sua vantaggiosa manipolazione. È un battesimo di fuoco quello che attende Mona fuori dalla clinica psichiatrica, in cui attraverserà tutte le conseguenze dell’umano agire e in cui moderni riti pagani (come la danza delle spogliarelliste o l’ipnosi da totem televisivo) forniranno a Mona e agli spettatori occhi nuovi con cui guardare le assurdità del contemporaneo.

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Benedetta Vicanolo

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