La carriera di Elsa Morante inizia in sordina, con filastrocche, favole e poesie pubblicate saltuariamente su alcuni periodici, tra cui il Corriere dei Piccoli. Alberto Moravia, invece aveva esordito precocissimo, appena ventiduenne, con un romanzo (Gli Indifferenti, 1929) che fece subito scalpore per la spietata analisi della classe borghese italiana. Lui ironico, metodico, accattivante; lei indomita, volitiva, testarda e alla ricerca di conferme. Lui scriveva la mattina, appena sveglio, per lasciarsi il resto della giornata libera. Lei invece impugnava la penna quando la chiamavano i personaggi, di solito tra le ombre crepuscolari del tardo pomeriggio. Per Elsa Morante il rapporto con Moravia fu conflittuale e infelice, alla fine, ma proficuo. Dalla competizione inconscia che ebbe col marito sorsero i suoi primi romanzi, assieme a una vita di coppia dannata. Ma Elsa sapeva bene che le coppie di letterati sono una peste, come scrisse all’amica Maria Valli.
I primi romanzi: l’individuo e la storia

Anche grazie all’aiuto di Natalia Ginzburg, nel 1948 Elsa Morante pubblica per Einaudi il suo primo romanzo, Menzogna e Sortilegio. La giovane protagonista Elisa evoca l’amore tormentato dei genitori infelici e le follie della sua famiglia malsana. La saga familiare è percorsa da venature fantastiche, ed è ambientata in una Sicilia immaginaria e fuori dal tempo. Elisa è un personaggio inattuale, fuori dalle maglie della storia, che riesce a trovare un riscatto uscendo da dinamiche familiari morbose e ripercorrendole con la memoria.
Molto più famoso è il secondo romanzo della Morante, l’Isola di Arturo, che esce nel 1957 e si aggiudica il Premio Strega. Arturo è un orfano di madre (come lo era Elisa) e vive sull’isola di Procida. Quando il padre si risposa, il giovane prova sentimenti contrastanti per la nuova matrigna. La vicenda edipica ha un punto di svolta nel momento in cui si intuisce l’omosessualità del padre: Arturo prova a dichiararsi ma Nunziata, la matrigna, lo rifiuta. L’Isola di Arturo è un romanzo di formazione, ma le suggestioni fanciullesche e fantastiche vengono presto abbandonate, perché sullo sfondo la Storia nel suo terribile corso è pronta a inghiottire l’isola. Arturo alla fine del romanzo è pronto ad abbandonare Procida e ad arruolarsi per la seconda guerra mondiale.
Nata alla vigilia della Grande Guerra, Elsa Morante vive gli orrori del XX secolo con grande partecipazione umana, opponendo all’indifferenza della storia le sofferenze degli individui. L’unica felicità possibile: non essere sé stessi, ma essere tutti scriverà in una pagina di diario nel 1964.
La Morante stessa ha dato una spiegazione della propria poetica durante la conferenza Pro o contro la bomba atomica del 1965, stampata su l’Europa letteraria. “L’arte è il contrario della disintegrazione. Perché la ragione propria dell’arte, la sua giustificazione, è appunto questa: di impedire la disintegrazione della coscienza umana, nel suo quotidiano, e logorante, e alienante uso col mondo; di restituirle di continuo, nella confusione irreale, e frammentaria, dei rapporti esterni, l’integrità del reale, o in una parola, la realtà.”
Elsa Morante e il rapporto con Moravia
I futuri MoranteMoravia (come verranno ribattezzati dagli amici comuni) si incontrarono nel 1936 in una birreria a Piazza Santi Apostoli, Roma. Il loro Pandaro fu il pittore Giuseppe Capogrossi. La sera stessa del loro primo incontro Elsa consegnò ad Alberto le sue chiavi di casa, affidandosi ciecamente al fascino di quel ragazzo. Dopo cinque anni di relazione, i due decisero di sposarsi. Per sfuggire alle persecuzioni fasciste si ritirano in Ciociaria. Tornarono a Roma soltanto nel ’44, e si dedicarono in maniera prolifica alla scrittura, con esiti eccezionali, anche se molto diversi.
Il matrimonio fu tormentato e altalenante. Moravia tradiva Elsa periodicamente, e certe volte sembrava sopraffatto dalla noia come uno dei protagonisti dei suoi romanzi. Le incomprensioni furono incolmabili: i MoranteMoravia si separarono dopo 26 anni, nel 1961, senza mai divorziare. Entrambi si accompagnarono a persone spesso più giovani di loro (Dacia Maraini lui e il pittore americano Bill Morrow lei) senza trovare la tanto agognata serenità. Nonostante non fosse un santo, Moravia non riuscì mai a perdonare la breve ma intensa relazione di Elsa col regista Luchino Visconti. La reciproca stima intellettuale non venne mai meno, comunque. Si può dire che il loro amore non si estinse del tutto, come traspare dalle toccanti memorie di Moravia sul funerale di Elsa, ma sopravvisse in forme nebulose e originali. Forse l’unico modo in cui poteva sopravvivere.
Di Lorenzo La Rovere
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