Affacciandosi al nuovo film di David Lowery è naturale aspettarsi un cinema fortemente simbolico e ricurvo in sé stesso, quasi costretto a dover esacerbare quella spasmodica necessità di testi e contro-testi. Era così nel meraviglioso e abbagliante Storia di un fantasma ed era così altrettanto nell’ottimo Sir Gawain e il Cavaliere Verde. Un cinema quello di Lowery, al di là dell’adattamento Peter Pan & Wendy per Disney, che fa del simbolico la sua linfa vitale, la sua ragion d’essere e, perché no, il motivo per andare a vedere un film del regista statunitense. E Mother Mary non fa ovviamente eccezione. Questa dimensione simbolica aleggia per tutto il film, che racconta l’incontro tra una pop star in declino e la sua vecchia costumista e, probabilmente, fiamma a porte chiuse. E ad unire la narrazione è un filo rosso. Anzi, un drappo, un tessuto, un velo rosato che unisce Mother Mary (Anne Hathaway) e la ex migliore amica nonché ex stilista Sam (Michael Coel). Un fascino allegorico che si carica di tanti significati intrinsechi, forse troppi. E l’inciampo di un film molto poco riuscito sul piano narrativo sta proprio qui, nella necessità spasmodica di dover dare un senso altro, più profondo. Nella smania dell’allegorico e del non detto, nello scavare senza mai raggiungere un punto.
Lowery, che scrive e dirige, vuole raccontare l’ascesa e la discesa di una star del pop contemporaneo pescando a piene mani dall’icone del nostro tempo. Le ere e i vestiti di Taylor Swift, l’arte visiva di Madonna, lo stile di Lady Gaga si fondono per costruire la ultimate Pop Star. Mother Mary ha quasi forma divina ed eterea. Sembra non essere mai veramente umana e mai veramente divina. Almeno nei primi minuti di film, quando ci viene presentata sul palco. Ma è lì che una crisi identitaria, dovuta ad un evento accaduto ad un vecchio concerto, la porteranno ad abbandonare tutto per raggiungere la sua ex amica in un casolare sperduto nelle campagne inglesi. Ed è lì che la forza iconoclasta di Mother Mary si sprigiona: si presenta alla porta fradica di pioggia, distrutta, avvilita, bisognosa di aiuto, in un forma che distrugge e spezza le catene del personaggio da palco. Ma è l’inquietudine e il non detto a bussare alla porta. Mother Mary sembra volersi dirigere allora verso il perturbante, verso una discesa fisica e spirituale di una riscoperta di sé attraverso il tessuto di un nuovo vestito. Ma, per circa quaranta minuti di pellicola, si trasforma in un prolisso monologo a due in cui la glaciale e imperiosa Sam e la sempre più distrutta e persa cantante si rimbalzano accuse e questioni filosofiche senza soluzione di continuità. Ma è proprio al culmine di questo passo a due che Mother Mary cambia, ancora una volta, registro.
Mother Mary e Sam

Nell’austerità dei discorsi delle due protagoniste, Sam tira fuori un evento che colpisce Mother Mary: afferma di aver incontrato un fantasma, una presenza sotto forma di drappo rosso che si è rivelato a lei per poi fuggire via. E la cantante racconta di aver avuto diversi incontri con la stessa presenza portandola quasi ad impazzire. È qui che Lowery vira dal sobrio e rigoroso gioco di rimbalzo anche vagamente saffico tra le due verso un registro soprannaturale e simbolico. Si trasforma in un concentrato di body horror, di sacrale e profano, di fantastico e di materialista. Lowery carica la narrazione di simboli che si svuotano di significato, diventando involucri vuoti di un discorso che non trova mai una vera fine come un vero inizio. Vuole raccontare lo svuotamento della figura dell’icona pop in un mondo in cui si eleva ogni personaggio ad oggetto di culto? Oppure la difficoltà che deriva dall’incapacità di saper gestire il successo? O ancora, il conseguente burnout dovuto ad un industria musicale che vuole spremere fino all’ultima goccia dai suoi prodotti?
Non è un caso se alla composizione della (meravigliosa) colonna sonora troviamo Charlie XCX, FKA Twigs (che ha anche una piccola parte nel film) e Jack Antonoff, il produttore discografico che ha praticamente plasmato il suono pop degli ultimi dieci anni. Sono tutti discorso che Mother Mary cerca di mettere in gioco. O che, meglio, avrebbe potuto affrontare. Invece si rifugia nell’iconicità del suo personaggio e nel vuoto simbolico dei suoi oggetti. È evidente come la volontà fosse quella di creare qualcosa di visionario, oltre le regole classiche, qualcosa che resti appiccicato alla pelle dello spettatore che pur non capendo dove si trovi sente di star assistendo ad una catarsi. Peccato che Mother Mary risulti solamente pasticciato, artificioso e tenuto in piedi per miracolo se non da alcune sequenze visivamente spettacolari. Troppo inscatolato nelle dinamiche A24 anche solo per rendersi conto che la direzione presa è una non direzione.
Pop
Mother Mary prende la via dell’esperimento e dell’esperienza, più che del racconto cinematografico. Un turbinio di immagini sacrali e riferimenti biblici (a partire dal titolo, ovviamente) che si svuotano di significato involontariamente risultando iconoclasti senza volerlo veramente essere. È si un piacere per gli occhi per diversi motivi (Anne Hathaway è forse il principale) ma non va mai oltre a quello. Si compiace prima della sua verbosità, poi della sua artificiosa immagine. Troppo serio per essere camp, troppo grezzo per essere una vera e propria riflessione sull’animo umano. Un contenitore di segni vuoti che non si sorregge neanche sulle sue due interpreti. Prende a piene mani dal pop femminile moderno senza mai veramente colpirne i cardini costruttivi. L’industria musicale contemporanea è terreno fertile per discorsi diversissimi e tutti piuttosto efficaci: dall’idolatrica e iconicità indotta delle interpreti, dalle aspettative irrealizzabili fino alle vite trasposte in musica che hanno sconfinato il concetto di privato. Mother Mary prova ad essere tutto questo e anche di più, ma finisce solo per essere una bella confezione.
Alessandro Libianchi





