Nonostante Trump abbia pubblicamente chiesto a Pechino di contribuire alla riapertura dello Stretto di Hormuz, la Cina è rimasta in disparte. Alcune navi cinesi sono riuscite ad attraversare lo stretto da quando l’Iran lo ha chiuso. La Cina ha accumulato riserve strategiche di petrolio e i suoi ingenti investimenti nelle energie rinnovabili le offrono un margine di sicurezza. Pertanto, un suo coinvolgimento non porterebbe grandi vantaggi alla Cina.
Pechino sta anche raccogliendo informazioni potenzialmente più importanti: un’analisi dettagliata di come l’esercito statunitense opera effettivamente in una guerra reale, ha affermato Czin. La Cina sta studiando attentamente il conflitto, traendo insegnamenti direttamente applicabili alle simulazioni di guerra di Taiwan, secondo Czin.
“Questo offre loro ulteriori spunti di riflessione e maggiori possibilità di ampliare il ventaglio di opzioni a loro disposizione per pensare a Taiwan”, ha affermato, aggiungendo che si tratta “della prossima tappa del percorso”, dopo quattro anni di osservazione del coinvolgimento degli Stati Uniti in Ucraina.
L’economia della Cina sale, dall’inizio della guerra di Stati Uniti e Israele all’Iran
Dall’inizio della guerra di Stati Uniti e Israele all’Iran i capitali si sono spostati su titoli cinesi in settori come energia solare ed eolica, veicoli elettrici e batterie.
L’indice CSI Green Electricity è salito del 6% a marzo, mentre l’indice CSI New Energy è cresciuto del 2%, nonostante l’indice di riferimento Shanghai Composite sia crollato dell’8%. Le azioni di CATL quotate in Cina sono aumentate del 19%; Sungrow ha guadagnato il 19,4%; e BYD, che è anche uno dei maggiori produttori mondiali di veicoli elettrici, ha segnato un +21,9% dall’inizio degli attacchi USA-Israele all’Iran. Al confronto, le azioni di BP sono salite del 15,2%, quelle di Chevron dell’8%; Shell ha ottenuto un + 8,3% ed ExxonMobil un + 4,7%.
Come riporta il Financial Times, i tre produttori cinesi di batterie, CATL, BYD e Sungrow, avrebbbero guadagnato più di 70 miliardi di dollari in capitalizzazione di mercato dallo scoppio del conflitto. Gli investitori, dunque, scommettono sui titoli cinesi legati alle energie rinnovabili, puntando nel lungo termine sulla maggiore domanda di energia verde come reazione alla crisi degli approvvigionamenti di petrolio e gas.
L’impennata della capitalizzazione di mercato dei giganti cinesi delle batterie evidenzia anche che gli investitori considerano la Cina non più come una vittima delle crisi petrolifere ma come l’economia che può offrire la soluzione per resistere a queste crisi. Dalla Guerra in Medio Oriente sta quindi emergendo un “nuovo bene rifugio”: la capacità di stoccaggio energetico e la tecnologia EV, settori in cui la Cina possiede un vantaggio quasi monopolistico.





