Chiuso lo Stretto di Hormuz, rotta strategica per il trasporto marittimo di petrolio. Il condizionale, in queste ore di alta tensione, è d’obbligo. Ma senza dubbio, lo Stretto è da sempre utilizzato dall’Iran come merce di scambio nello scacchiere geopolitico, oggetto di ripetute minacce nei momenti di crisi più grave.
Lo Stretto è un corridoio vitale che collega il Golfo con i mercati in Asia, Europa e Nord America, definito dall’Energy information administration statunitense (Eia), “uno dei più importanti colli di bottiglia petroliferi al mondo”. Si trova tra la costa dell’Iran e la penisola di Musandam, condivisa dagli Emirati Arabi Uniti e dal Governatorato di Musandam, un’exclave dell’Oman. Nello Stretto passano circa 20 milioni di barili al giorno di petrolio e prodotti petroliferi, che rappresentano quasi un quinto delle spedizioni globali di questo idrocarburo. Qualsiasi mossa per bloccare questo flusso si ripercuoterebbe sui mercati energetici.
Il timore di un’interruzione dei flussi grezzi dal Golfo Persico ha messo in allarme i mercati e l’OPEC starebbe infatti considerando un aumento della produzione ben più consistente rispetto a quello preventivato, nel tentativo di fare da “calmiere” ed evitare che il prezzo del barile schizzi fuori controllo, alimentando nuove fiammate inflattive globali. Secondo Capital Economics, citato dal Wall Street Journal, le “interruzioni prolungate della produzione iraniana di greggio o un blocco dello Stretto di Hormuz potrebbero contribuire a far salire il prezzo del petrolio sui 100 dollari, trascinando con sé anche i prezzi del gas naturale”. Un aumento del prezzo del petrolio, questo, che “potrebbe aggiungere dallo 0,6 allo 0,7% all’inflazione media globale”. E questo, scrive il quotidiano economico Usa, “potrebbe sconvolgere una fragile economia globale già martoriata dai conflitti commerciali, incoraggiare le principali banche centrali a interrompere la riduzione dei tassi di interesse o addirittura invece spingere alcune banche centrali ad aumentarli”
L’Iran possiede le quarte maggiori riserve accertate di petrolio al mondo “anche se anni di sanzioni e di mancati investimenti hanno ostacolato le sue esportazioni”. Il Paese ha prodotto 3,45 milioni di barili al giorno (b/g) di petrolio a gennaio, secondo l’International Energy Agency, meno del 3 per cento dell’offerta globale. Quasi tutte le esportazioni dell’Iran, sottolinea l’Ft, “sono dirette verso la Cina, principalmente verso le raffinerie indipendenti nella provincia di Shandong, disposte ad acquistare petrolio sanzionato con un forte sconto. Il greggio iraniano ha rappresentato circa il 13% delle importazioni cinesi di petrolio via mare lo scorso anno”, secondo Kpler, società di dati energetici.





