Musica

Nico, la “Sacerdotessa delle tenebre”

Nico, pseudonimo di Christa Päffgen (1938-1988), fu una cantante, attrice e modella tedesca. Artista carismatica e magnetica, divenne famosa soprattutto come collaboratrice dei Velvet Underground e musa di Andy Warhol. Ma fu anche molto altro. Con la sua voce profonda e le atmosfere gotiche e decadenti dei suoi brani, che le valsero il soprannome di “sacerdotessa delle tenebre”, è considerata la pioniera del rock gotico. Spirito indipendente ma autodistruttivo, Nico, per sopravvivere e dimostrare il suo vero valore, dovette reinventarsi e rinnegare il suo stesso passato.

Nico, le origini di un mito

Christa Päffgen, in arte Nico, nacque a Colonia, nella Germania nazista, il 16 Ottobre del 1938. Secondo altre fonti, però, l’anno di nascita sarebbe 1941 o 1943 e il luogo Budapest, Ungheria. Lei non chiarì mai i dubbi in merito, né smentì altre voci sul suo conto, che ne alimentarono il mito. È certo invece che l’artista non ebbe un’infanzia serena. Come dichiarò in molte interviste, i suoi primi ricordi furono le bombe che cadevano dal cielo. Il padre di Christa, ufficiale delle forze armate tedesche, morì in un manicomio quando lei aveva solo cinque anni, probabilmente a causa di danni cerebrali riportati in guerra.

Terminato il secondo conflitto mondiale, Christa si trasferì con la madre sarta a Berlino. Qui, poco più che quindicenne, stufa delle imposizioni, lasciò la scuola e per essere autonoma cominciò a lavorare come modella per un’agenzia. Nel giro di due anni, con la sua bellezza algida e la sua figura sottile ed elegante, diventò la modella più famosa di Berlino. Fu l’inizio di una strepitosa carriera che le permise di girare il mondo e imparare a parlare correttamente quattro lingue. Durante un soggiorno a Ibiza, Christa conobbe il fotografo Herbert Tobias: fu lui a ribattezzarla affettuosamente Nico, dal nome di un suo amico recentemente scomparso, il regista Nico Papatakis.

Nico, la "Sacerdotessa delle tenebre"
Marcello Mastroianni e Nico sul set de “La dolce vita” (Federico Fellini, 1960) – photo credits: radiocittaperta.it

Nico, dall’alta moda al cinema d’autore

Verso la fine degli anni ’50, Christa, ormai nota col nome d’arte Nico, si trasferì a Parigi, dove crebbe la sua fama di modella. Sebbene richiestissima dalle firme più importanti (Chanel, Lanvin) e dalle riviste più prestigiose (Vogue, Elle, Tempo), l’irrequieta Nico si annoiò presto dell’ambiente dell’alta moda. Desiderosa di nuove esperienze, la modella inseguì la sua indole artistica approdando al cinema. Come attrice, con lo pseudonimo Krista Nico, fece il suo debutto nel 1958 con il film La tempesta di Alberto Lattuada. Grazie a una vacanza a Roma, incontrò Federico Fellini, il quale, colpito da una bellezza per lui tanto insolita, la invitò sul set de La dolce vita, uscito nel 1960. Il maestro le ritagliò un ruolo maggiore rispetto a quello previsto nella sceneggiatura originale, in una scena al fianco del protagonista, Marcello Mastroianni.

Sempre in Italia, Nico conobbe il divo francese Alain Delon. Con l’attore ebbe nel 1961 una breve relazione e un figlio, Christian Aaron Boulogne, nato nel 1962, mai riconosciuto dal padre. Al figlio, detto Ari, anni dopo l’artista dedicò il brano Ari’s Song, contenuto nel suo secondo album da solista, The Marble Index (1968). Nel 1962 ottenne una parte importante nel film Strip-Tease di Jacques Poitrenaud. Per il film, Nico fece la sua prima registrazione di una canzone, insieme a Serge Gainsbourg, intitolata come la pellicola. La versione finale rilasciata, fu però quella con la voce femminile di Juliette Gréco. Il destino di Nico, a breve, le avrebbe aperto nuove porte oltreoceano.

Nico e Serge Gainsbourg, demo di “Strip-Tease” (1962)

L’incontro con Bob Dylan e l’approdo alla Factory di Andy Warhol

Nel 1964 Nico si trasferì a Londra, dove iniziò ad entrare in contatto con alcuni dei più grandi nomi della musica. Ebbe un flirt con Brian Jones, membro dei Rolling Stones, e tramite Jimmy Page, chitarrista dei Led Zeppelin, incise il suo primo singolo, I’m Not Saying. Il brano, una canzone di Gordon Lightfoot, passò inosservato. Ma Nico non era una groupie, voleva essere più di un bel faccino e sentirsi alla pari dei suoi idoli musicali. Tornata a Parigi, conobbe Bob Dylan: un incontro determinante per molti aspetti. Dylan fu il primo a credere nella Nico cantante e a definirne la voce, come “il vento in un tubo di scolo, come un computer IBM con l’accento della Garbo”.

Dylan le scrisse il pezzo I’ll Keep It With Mine, presente poi nel primo album da solista di Nico (Chelsea Girl, 1967) e le omaggiò la sua Visions of Johanna. Inoltre, più tardi, a New York, Dylan presentò Nico a Andy Warhol. Il maestro della Pop Art restò immediatamente incantato dalla silenziosa modella/aspirante cantante. Tanto da volerla in pianta stabile nella sua Factory, al posto della sua ultima musa Edie Sedgwick, star in declino a causa di disturbi alimentari e prossima a una tragica fine. Warhol fece recitare Nico in molti dei suoi film sperimentali, tra il ’66 e il ’67 (Nico/Antoine, The Closet, Chelsea Girl, Sunset), ma assecondò anche le sue aspirazioni musicali ed ebbe un’intuizione che si rivelò vincente.

Nico e Andy Warhol ritratti come Batman e Robin nel 1967 - © Frank Bez
Nico e Andy Warhol ritratti come Batman e Robin nel 1967 – © Frank Bez

The Velvet Underground & Nico

Nel 1966 Warhol stava seguendo un gruppo rock emergente, i Velvet Underground, guidati da Lou Reed. Dei talentuosi studenti universitari statunitensi che avevano già fatto qualche live nei bassifondi newyorkesi e conobbero il salto di qualità solo quando il genio della Pop Art ne divenne il manager. Il tono basso e sussurrato di Nico a Warhol sembrò l’accompagnamento perfetto per le sonorità psichedeliche della band. Così Warhol propose a Nico e ai Velvet Underground di incontrarsi. Fu una decisione che decretò il successo di ambe le parti. Le profondità del timbro vocale di Nico furono una novità nel panorama dei primi anni ’60, fatto di voci squillanti. La sua voce scura era esattamente il contrario della sua bellezza eterea ed angelica, sembrava interpretare le zone ombrose della sua personalità.

Dopo i primi live con Nico, lo stesso Warhol produsse il primo album della band in collaborazione con l’artista tedesca, intitolato semplicemente The Velvet Underground & Nico. Uscito nel 1967, il disco entrò nel mito anche grazie all’iconica cover disegnata da Andy Warhol, una banana su fondo bianco con in basso la firma dell’autore. L’album è un susseguirsi di brani entrati nella storia dell’art rock. Da All Tomorrow’s Parties, incentrata sul racconto degli eccentrici personaggi che popolano la Factory di Warhol, a Sunday Morning, che malgrado l’atmosfera rilassante descrive il sentimento di paranoia che segue a una notte di bagordi. O ancora Venus in Furs, prima descrizione esplicita di un rapporto sadomasochistico padrone-servo mai apparsa in un brano rock, e Femme Fatale, scritta su richiesta di Warhol per la sua pupilla Edie.

https://www.youtube.com/watch?v=LTL-iwBsZGk&ab_channel=RubberSoul
The Velvet Underground & Nico, “All Tomorrow’s Parties” (1967)

L’esordio come cantante solista

Nico fu una presenza folgorante e memorabile nella storia dei Velvet Underground, ma piuttosto marginale. Nel loro primo disco non firmò neppure un pezzo e cantò solo in 3 delle 11 tracce: Femme Fatale, All Tomorrow’s Parties e I’ll be Your Mirror. In tutte le altre, la voce è del leader e chitarrista Lou Reed, autore anche di tutti i testi. Già dopo il primo album, Nico lasciò il gruppo, a causa, soprattutto, dei continui conflitti con Reed. Era una sorta di amore/odio tra due “prime donne”. Nel 1975, a proposito del suo rapporto con gli altri membri della band, Nico disse: I Velvet Underground avevano alcuni problemi di identità e volevano sbarazzarsi di me perché ricevevo più attenzione di loro da parte della stampa“.

Il precoce allontanamento fu però un bene: le spianò la strada per la carriera solista. Con John Cale, polistrumentista dei Velvet, Nico mantenne comunque un buon legame, di lavoro e d’amicizia. Fu lui, infatti, il suo produttore discografico. In questo nuovo percorso da solista, la cantante tedesca incontrò l’appoggio e l’incoraggiamento di artisti del calibro di Jackson Browne, Leonard Cohen, Jim Morrison e Iggy Pop. Alcuni furono suoi amanti, altri amici o collaboratori: in ogni caso, Nico incantava tutti. Nel 1967 uscì il primo disco firmato Nico, Chelsea Girl, di genere pop, pensato come colonna sonora dell’omonimo film di Warhol. La critica lo definì acerbo, troppo costruito e palesemente spinto dalla mente della Factory. Il primo album scritto interamente da lei fu il secondo, The Marble Index (1969), dove suona anche l’harmonium, regalatole da Cale. Questo disco segnò la rottura di Nico col suo passato.

Nico, “Ari’s Song” (The Marble Index, 1969)

La maturità artistica di Nico

Con The Marble Index emerse in Nico sempre più il bisogno di mostrare le sue capacità artistiche al di là della sua bellezza. La sua musica spettrale rispecchiava la necessità di togliersi questa etichetta e chiudere la parentesi coi Velvet Underground. Con The Marble Index, vennero fuori, per la prima volta, quegli aspetti della musica di Nico che la resero la sacerdotessa delle tenebre e una delle anticipatrici della corrente dark del rock di fine anni ’70. Ricchissima la varietà di strumenti, suonati anche dal produttore e amico John Cale: viola, piano, basso, chitarra elettrica, harmonium, percussioni, tastiere. The Marble Index è considerato, insieme al terzo disco, Desertshore (1970), l’apice della maturità artistica di Nico, oltre che una delle opere più originali ed evocative di tutta la musica decadente della seconda metà del Novecento.

Nella musica della Nico solista gli accompagnamenti sono languidi e trascinanti. I temi e le sonorità comunicano angoscia e inquietudine. Le influenze spaziano dal folklore slavo, teutonico e anglosassone, alle danze mediorientali, dalla cantata barocca alla musica da camera e d’avanguardia. Le canzoni di Nico sembrano rosari, preghiere, lamenti, in cui modula continuamente la voce dal forte accento tedesco. Tantissimi gli artisti che si ispirarono all’originale commistione di musica classica e folk di capolavori come The Marble Index e Desertshore: Coil, Steve Severin dei Siouxsie and the Banshees, Jocelyn Pook, Jackson Browne, Elliott Smith, Dead Can Dance.

Nico durante un concerto alla Lampeter University nel novembre del 1985 - photo credits: wikipedia
Nico durante un concerto alla Lampeter University nel novembre del 1985 – photo credits: wikipedia

Nico, il declino e l’autodistruzione di un’icona

Dopo la pubblicazione del terzo disco, Nico si trasferì a Parigi. Realizzò altri album, meno rilevanti dei primi, e partecipò a qualche altro film. Ma cominciò ad allontanarsi dalle scene e a rifuggire la stampa, esibendosi solo occasionalmente. Dalla fine degli anni ’70, l’uso di stupefacenti si fece massiccio: alle anfetamine, già conosciute all’apice della fama nella Factory, si aggiunse l’eroina. La droga, alcuni comportamenti sregolati e i capelli tinti di scuro negli ultimi anni, distorsero i dolci lineamenti di quell’icona della quale Nico voleva ormai da tempo liberarsi. “Un vero artista deve autodistruggersi, mi pare che io ci stia riuscendo”, dichiarò Nico nel 1980. Gli anni ’80 furono un periodo molto difficile. Nico trascinò nel loop autodistruttivo della droga anche il giovanissimo figlio Ari.

I suoi lavori, invece, cominciarono ad essere apprezzati soprattutto nell’ambiente punk. Nei suoi ultimi live, dove restò sempre fragile e intensa, fu spesso accompagnata da giovani musicisti. L’ultimo album, ancora prodotto da John Cale, Camera Obscura, uscito nel 1985, fu accolto come il ritorno della “dea del punk”. Ma le sue performance, intrise di un’atmosfera da requiem, diventarono sempre più dei tributi a cari amici scomparsi. Li avrebbe raggiunti presto. In una calda mattina d’estate a Ibiza, dove stava tentando di disintossicarsi, Nico cadde dalla bicicletta mentre faceva un giro. Alla caduta, seguì un’emorragia cerebrale, non subito diagnosticata, che le fu letale: si spense, a neppure 50 anni, nel pomeriggio del 18 Luglio del 1988. Trovando forse finalmente quella pace che per tutta la vita cercò attraverso la decadenza e la negazione.

A cura di Valeria Salamone

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