Cinema

Stasera in tv “Non ci resta che piangere”: dalla cavalla Saveria alla lettera a Savonarola

In tulle e calzamaglia, suonatori di cetra o paggetti medioevali. La comicità vestita a festa, s’incontra stasera in tv in “Non ci resta che piangere“. Un film del 1984 che assomiglia ad uno spettacolo. Scritto, diretto e interpretato, dalla coppia Massimo Troisi, Roberto Benigni. Lirico, emozionante, ha l’impressione di risultare quasi improvvisato, sebbene sia finzione scenica. Assomiglia ad una libera interpretazione degli attori, come avviene nel teatro. Perché l’incontro dei due protagonisti, surreale ma davvero avvenuto, farà ridere anche loro stessi: capiterà di notare, allo spettatore attento, una risata partita prima che la battuta sia pronunciata. Sul set, non riuscivano proprio a trattenersi quei due.

Per un’unica volta, insieme in tv, “Non ci resta che piangere“, Troisi e Benigni. Una congiunzione astrale, la comicità malinconica e stralunata di un napoletano, dimesso, umile, dalla mimica e voce di un menestrello di vicoli, e l’esuberanza incontenibile di un toscano, poetico maestro e brillante giocoliere della parola e del corpo. I due registi, per ispirarsi e scrivere il copione del film, si ritirarono a Cortina d’Ampezzo, per più di un mese. E, dalla montagna passarono al mare. Non ancora convinti, si trasferirono in Val d’Orcia. Alla fine di quella che sembra una vacanza, e fu inconsapevolmente, tra divertimento generale, la nascita di un film storia del cinema, si presentarono ai produttori solo con degli appunti.

“NON CI RESTA CHE PIANGERE”, Troisi e Benigni – TRAILER – Video YouTube

Non ci resta che… ridere

“Mai c’è stato un copione, non l’ho mai visto, al massimo c’era una sorta di canovaccio per qualche scena”. L’ha ricordato Amanda Sandrelli in un’intervista, al suo esordio al cinema nel ruolo di Pia. Il film risultò primo negli incassi della stagione 1984-1985. Uscì il 21 Dicembre e fu, la prima e l’unica occasione-evento, in cui si divisero la scena i due artisti. Così uguali tra loro, per quella giocosità di bambino, nelle sembianze di adulto. Appuntamento a questa sera in tv con “Non ci resta che piangere“, un classico che ha l’aria di non essere mai invecchiato.

Saverio e Mario, rispettivamente Roberto Benigni e Massimo Troisi, lavorano nella stessa scuola, l’uno come insegnante e l’altro come bidello. Si perdono in macchina nelle campagne toscane, ed è l’estate 1984. Decidono di prendere una strada secondaria e, in seguito a un temporale, si ritrovano nel 1492. Catapultati indietro di quasi 5 secoli. Dopo lo smarrimento iniziale, i due si adeguano alla nuova esperienza, inserendosi nella vita di paese. Da Frittole con furore, immaginario borgo toscano, giungono le loro avventure e tanto umorismo.

“Non ci resta che piangere”, Roberto Benigni e Massimo Troisi, scena Frittole – Clip YouTube

Da Savonarola al fiorino, “mo’ me lo segno”

L’organizzazione di un piano di fuga, resta il desiderio più grande di Saverio e Mario. Che pensano di andare in Spagna, a bloccare Cristoforo Colombo prima della sua partenza per le Indie e la scoperta dell’America. Perché, così facendo, l’americano che ha spezzato il cuore alla sorella di Saverio, Gabriella, non sarebbe mai esistito. Benigni e Troisi, capaci di alternare l’allegro e il grave con sapienza rara. Il pianto e il riso insieme, marchio d’immortalità in una pellicola.

L’accoppiata vincente tra il buffone di un toscanaccio, e il timido napoletano, ha l’intento di replicare il binomio TotòEduardo De Filippo. Il risultato sembra riportare alla Commedia dell’Arte, con personaggi atavici, belli e fuori moda. Come rubati a Dante. Tirati fuori dall’antica memoria. E, in una fantomatica Frittole del lucchese, la follia giullaresca, fa vittime di risate anche gli stessi attori. La scena del passaggio alla dogana, è stata girata più volte perché non riuscivano a rimanere seri. La battuta “Chi siete? Cosa portate? Quanti siete? Un fiorino!“, resterà impressa nella mente, evocativa per chiunque. Tanto da divenire, con fantasia, anche slogan dietro i furgoncini, gli stessi fiorini.

“Non ci resta che piangere” , scena dogana, Troisi e Benigni – Clip YouTube

Troisi, Benigni e quel comico di Savonarola…

Santissimo Savonarola… scusa le volgarità..”, mentre la penna d’oca rende inchiostro le parole. La lettera a Girolamo Savonarola, così sgrammaticata e fuori le righe, tanto da ricordare quella del film “Totò, Peppino e la malafemmina“. Mentre Saverio (Benigni), si dedica alla macelleria, Mario (Troisi), che continua ad usare il suo napoletano biascicato anche catapultato all’indietro nel tempo, si presenta come artista: “Mi riconoscerete, sono sempre vestito così, d’artista“. Canterà a PiaYesterday” dei Beatles, in un assolo, senza musica, come se Paul McCartney venisse dal Vesuvio. Spacciandosi autore delle stesse composizioni canore.

E, a disturbare la concentrazione di chi si affanna, innamorato, a ricordare le parole delle canzoni, è l’amico, che, gli sussurra nel momento più sbagliato: “Digli se c’ha n’amica“. Un ritornello estenuante nel film, quanto divertente. Una sorta di frase magica che fa scatenare risate. Come “Ricordati che devi morire!” e “Grazie Mario!“, tormentoni memorabili anche per chi non abbia visto il film. “Mo’ me lo segno“: “Non ci resta che piangere” stasera in tv! Parafrasando la leggendaria battuta di Troisi. Come la cavalla Saveria, che galoppa su di una strada in discesa. Quando sul finale, i due protagonisti, vedranno con stupore il fumo di una locomotiva, penseranno di essere tornati nel Novecento. Ma, da una vecchia Littorina, presa dal museo di Cosenza, il macchinista che si affaccerà, sarà ancora Leonardo Da Vinci. A farli sentire sempre intrappolati nel passato. Che, fatto tesoro dei loro insegnamenti, aveva inventato il treno, rassicurandoli sui proventi dell’affare da dividere in parti uguali.

“Non ci resta che piangere”, Massimo Troisi in Yesterday – Clip YouTube

Quel che resta…

Troisi sembra vergognarsi quando recita, schermendosi e balbettando. Stonando quando canta. Viene da domandarsi se è veramente così nella realtà. Nessuno tarderebbe a rispondere si. E Benigni, a cui piace tanto fare il grullo, è la spalla, l’amico istrione in giacchetta. Smunto e minuto, non entra ed esce da un personaggio. Ma è, semplicemente, sempre se stesso. Quel genio mai dormiente, esagitato. Lui, come chi soffre d’insonnia, ma quella sana “delle rondini”, di una poesia di Sandro Penna, dove non si può sprecare tempo a dormire. Garba a tutti Benigni, con quel suo viziaccio di fare il poeta. Non avrà mai grane, chi ha in mente come fosse nelle tasche, il repertorio di Dante o di Ariosto. “L’amor che move il sole e l’altre stelle“, dice nel poema il suo predecessore toscano. E dopo il soffio creatore, c’è l’estro dell’artista, di quel bischero di un Roberto, che impara senza maestri, impara facendo. La colonna sonora del film, azzeccata, che mette le ali alla sceneggiatura, è di Pino Donaggio: lo stesso autore di Io che non vivo (senza te), per i più sprovveduti.

“Non tutto in terra è stato sepolto: vive l’amor, vive il dolore; ci è negato veder il volto regale, perciò non ci resta che piangere e ricordare“. Il titolo del film, è tratto da questa lettera di Petrarca indirizzata a Barbato da Sulmona. Scelta tra le più belle poesie lette dai due registi. Che si fermarono davanti a “questa mi piace“, pronunciato da Troisi. Non restano che due attori, tra inchini e riverenze, saltimbanchi senza esibizionismo. E queste fugaci e lente parole, che si credevano dimenticate. Ma, come disse Carlo Levi, “le parole sono pietre“.

Federica De Candia. Seguici sempre su MMI e Metropolitan Cinema !

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