Il Comitato Olimpico ha annunciato che le donne transgender non potranno in alcun modo partecipare alle competizioni femminili dei Giochi Olimpici e Paralimpici. La nuova politica del CIO segna a tutti gli effetti un cambiamento significativo rispetto alle precedenti linee guida. Infatti, prima dell’entrata in vigore di quest’ultima, la possibilità di partecipare alle Olimpiadi si basava sui livelli di testosterone regolamentati. Ora la decisione dipenderà da uno screening genetico SRY per individuata la presenza del cromosoma Y.

Le donne transgender non potranno partecipare per «equità e sicurezza» alle Olimpiadi

Il divieto imposto dal Comitato, rivolto alle atlete trans e intersessuali, è ormai diventato ufficiale. È stata la neo presidente Kirsty Coventry a volere la creazione di una «task force» affinché la questione venisse esaminata. Ora, tutte le atlete dovranno sottoporsi ai test biologici per poter partecipare alle Olimpiadi di Los Angeles 2028. La decisione, secondo il CIO, è stata adottata per favorire «equità e sicurezza». La neo presidente ha voluto ribadire che «non sarebbe equo, e in certi casi nemmeno sicuro, permettere a maschi biologici di gareggiare nella categoria femminile». Inoltre, aggiunge che la decisione del CIO è supportata da «dati scientifici ed è stata guidata da esperti medici». Eppure, nonostante le specifiche del caso, oltre 70 organizzazione hanno duramente contestato i test genetici del sesso in quanto dannosi, non etici e discriminatori.

Con i test di verifica del sesso la privacy e la sicurezza delle atlete sono a rischio

Al di là del divieto vi è in realtà un problema ben più importante legato proprio ai test di verifica del sesso. Questi ultimi, oltre a poter costare fino a 10.000 dollari per atleta, possono mettere seriamente a rischio la privacy e l’incolumità delle atlete. La dottoressa Payoshni Mitra, direttrice esecutiva di Humans of Sport, ha espresso profondo disappunto per il ripristino di una pratica simile. Afferma inoltre che il test, seppur nell’ipotesi di essere una tantum, viola la privacy delle atlete, esponendole a giudizi e umiliazioni.

La dottoressa evidenzia un punto altrettanto importante: «Spesso si dimentica che alle Olimpiadi e alle competizioni internazionali partecipano anche atlete minorenni: questa politica comporterebbe enormi rischi per la loro tutela, poiché richiederebbe esami sui corpi di ragazze e bambine e la divulgazione di informazioni intime sulla loro salute, con il rischio di causare danni permanenti alla loro dignità, salute mentale e sicurezza». I rischi per le atlete in questo scenario non sembrano solo possibili, ma concreti.

Stefania Cirillo