Non solo Olocausto, nel Giorno della Memoria si ricordano anche le vittime dell’Omocausto.
Il 27 gennaio è la Giornata della Memoria, giorno scelto per non dimenticare e al tempo stesso commemorare le vittime dell’Olocausto. Tra queste si contano vittime della comunità ebraica, prigionieri di guerra, persone disabili, Rom e Sinti, oppositori politici, civili e persone omosessuali e trans. Con il termine Omocausto si intende lo sterminio degli omosessuali nei campi di concentramento nazisti.
Quantificare il numero di vittime dell’Omocausto, così come delle altre categorie di esseri umani all’interno dei campi di concentramento, non è semplice. Ancora oggi le stime sono molto ampie e questo perché verso la fine della guerra i nazisti hanno iniziato a distruggere quanto più materiale, documenti e prove possibili.
Sappiamo però che gli omosessuali venivano indicati con un triangolo rosa e segregati per evitare che “contagiassero” gli altri. Lo scopo della loro segregazione era ricordare che le relazioni sessuali avevano come scopo solo il processo riproduttivo e la conservazione del popolo ariano. Nei campi di concentramento venivano quindi sottoposti a lavori per correggere la loro natura e a esperimenti scientifici per guarire l’omosessualità. Ecco cosa è stato l’Omocausto, ovvero l’apertura di una porta intersezionale sui fatti più oscuri della Seconda Guerra Mondiale.

L’omosessualità in Germania: l’esperienza prima del nazismo
L’omosessualità veniva punita in Germania già dal 1871. Nonostante la legge erano nati gruppi, associazioni e movimenti culturali per il riconoscimento dei diritti degli omosessuali, tra cui quello in seno all’Istituto di ricerca sessuologica. Per esempio il “Comitato scientifico umanitario”, un’associazione con lo scopo di abrogare il paragrafo 175 che puniva l’omosessualità e rivendicava i diritti delle persone omosessuali, nel 1933 raggiunse i 48.000 iscritti.
Ma non c’erano soltanto le associazioni, la comunità omosessuale e trans aveva una fiorente vita sociale fatta di locali, bar, librerie e alberghi. Fu dopo la Prima Guerra Mondiale che la vita delle persone omosessuali iniziò a cambiare e a vedersi sempre più minacciata dal diffondersi dell’ideologia nazista e razzista del partito di Adolf Hitler. Nel 1923 un giornale nazista scrisse:
Respingiamo ogni forma di lascivia, specialmente l’omosessualità, perché essa ci deruba della nostra ultima possibilità di liberare il nostro popolo dalle catene che lo rendono schiavo.
Ma fu nel 1928 che il Partito nazista dichiarò gli omosessuali “nemici” perché intaccavano la mascolinità e la capacità riproduttiva. L’ascesa al potere di Hitler mise fine alla vita sociale delle persone omosessuali e trans. Al pari degli oppositori politici e delle persone ebree, anche gli omosessuali subirono la distruzione del loro movimento e una spietata persecuzione.
L’inizio dell’Omocausto: l’attacco all’Istituto per la sessuologia
Il 6 maggio 1933 venne attaccato l’Institut für Sexualwissenschaft, un istituto privato di ricerca sessuologica con sede a Berlino. L’istituto era diretto da Magnus Hirschfeld , un sessuologo di origine ebraica e militante del movimento omosessuale. Hirschfeld aveva inoltre istituito il Comitato scientifico umanitario per promuovere i diritti degli omosessuali. Durante il suo lavoro raccolse un’ampia biblioteca su temi dell’amore e dell’erotismo omosessuale, oltre che molti nomi e indirizzi di persone omosessuali e trans, andati perduti o trafugati quando la biblioteca venne distrutta dal rogo appiccato dai nazisti.
Nei suoi anni di attività l’istituto forniva educazione sessuale, visite e cure gratuite per gli indigenti per le malattie trasmesse sessualmente ed era anche un luogo di emancipazione femminile e di accettazione degli omosessuali e delle persone trans. Fu proprio Hirschfeld a coniare il termine “transessuale” e nell’istituto venivano offerti i primi servizi endocrinologi e chirurgici alle persone trans.
Omocausto: perché gli omosessuali sono diventati nemici della Germania nazista
Per l’ideologia nazifascista le relazioni sessuali non dovevano realizzare il piacere dell’individuo. Lo scopo dell’unione fisica doveva essere finalizzata al solo processo riproduttivo e alla conservazione del volk (popolo).
A partire dal febbraio 1933 la Germania nazista iniziò a sopprimere le pubblicazioni omosessuali e vietare le organizzazioni nei locali di ritrovo. Nel marzo dello stesso anno uno degli amministratori dell’istituto di sessuologia, Kurt Hiller, venne deportato in un campo di concentramento.
Il 6 maggio durante il rogo della biblioteca – contenente anche i nomi e gli indirizzi di almeno 5-15 mila omosessuali – Joseph Goebbels rivolse un discorso contro la cultura degenerata degli omosessuali. Non a caso il 28 giugno 1934, nella Notte dei lunghi coltelli, il reparto d’assalto (SA) venne trucidato con l’accusa di omosessualità.

“Dovunque si bruciano i libri, si finisce per bruciare anche gli uomini”
Il rogo della biblioteca e gli arresti delle persone omosessuali e trans furono il primo passo. Nei campi di concentramento agli omosessuali e alle persone trans venne affibbiato il triangolo rosa, un colore associato alla femminilità solo con lo scopo di ridicolizzare la loro mascolinità; alle lesbiche invece venne affibbiato il triangolo nero, lo stesso delle persone disabili, degli oppositori politici e tutti coloro che la Germania nazista considerava “inferiori” e asociali.
I triangoli rosa e i triangoli neri erano l’ultimo gradino all’interno dei campi di concentramento. Furono a loro destinati lavori duri ed esperimenti crudeli. Nel lager di Buchenwald , per esempio, il medico danese (SS) Karl Vaernet, era solito tentare di guarire gli omosessuali impiantando loro una ghiandola sessuale artificiale che non solo falliva l’obiettivo di aumentare il testosterone, ma portava nell’80% dei casi la morte delle cavie.
Gli olocausti dimenticati: omocausto e non solo
La Giornata della Memoria ha tanto da ricordare, perché molti sono stati gli olocausti dimenticati. Prigionieri di guerra, Rom e Sinti utilizzati come cavie umane, torture alle persone omosessuali e trans, testimoni di Geova, persone disabili e numerosi altre sono ancora storie da raccontare.
Durante la detenzione non ci sono stati soltanto lavoro forzato e malnutrizione, ma anche esperimenti scientifici per la maggior parte letali. Il 60% delle persone sottoposte a questi non sopravvisse. Furono almeno 7.000 le persone omosessuali, quasi tutte di nazionalità tedesca, a morire. Secondo altre statistiche potrebbero essere almeno 15.000 (su 50-70.000 deportati) a morire perché “deviati”. E chi non finiva nei campi di concentramento veniva internato in manicomio o castrato.
Quelle delle persone omosessuali, trans, disabili e tutti gli altri “asociali” sono voci silenziate. Piccole nel numero e non ascoltate per lungo tempo, anche dopo la liberazione dai campi di concentramento. Con il ricordo dell’Omocausto si vuole dare voce a quel paragrafo sempre troppo sottile nei libri di storia, per non dimenticare nessuno.
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Articolo di Giorgia Bonamoneta





