Il 6 maggio è stato finalmente tradotto in italiano On the Way to a Smile, romanzo sequel del videogame cult Final Fantasy VII, scritto da Kazushige Nojima nell’ormai lontano 2009. Per l’occasione abbiamo intervistato Loris Usai, il traduttore al quale dobbiamo il merito dell’adattamento in italiano, e gli abbiamo posto alcune domande riguardo il suo lavoro ed il suo grande amore per il Giappone.

On the Way to a Smile, edito da J-POP manga, è il romanzo che fa da raccordo tra la storia raccontata in Final Fantasy VII, videogame PS1 del 1997 che ha visto pochi mesi fa la pubblicazione di un remake per PS4 che ha riscontrato da subito un enorme successo sia tra i vecchi fan che tra i neofiti, ed il lungometraggio Advent Children, che narra le vicissitudini dei protagonisti 2 anni dopo la conclusione del gioco.

On the Way to a Smile - Photo credits: web
On the Way to a Smile – Photo Credits: web

Ecco le nostre domande a Loris Usai, traduttore di On the Way to a Smile!

Quando e come nasce la tua passione verso il mondo e la cultura giapponese?

Da che mi ricordi, ho sempre parlato di Giappone. Lo sognavo sin da quando ero bambino. Lo sa bene mia madre a cui un giorno, di ritorno da scuola, dissi: “Mamma, io da grande vivrò in Giappone”. All’epoca non avevo neanche 10 anni. Sono nato a Roma nella seconda metà degli anni ‘80, e come praticamente tutti i bambini che hanno trascorso l’infanzia nel Lazio in quegli anni, sono cresciuto a “pane e Super3”. La cosa bella dei cartoni animati giapponesi trasmessi sulle reti regionali di tutta Italia era la loro autenticità, molto meno travisata rispetto ai cartoni animati trasmessi sulle reti nazionali, giapponesi anche quelli ma troppo spesso massacrati dalla censura. I personaggi dei cartoni animati con cui sono cresciuto io vivevano non di rado in case tradizionali con il pavimento ricoperto di pannelli di tatami, dormivano a terra nel futon, andavano in giro con i geta ai piedi e mangiavano senbei e mandarini sul kotatsu. Tutto era culturalmente lontano da me, eppure così vicino al tempo stesso. Ma l’elemento fondamentale erano le sigle, che sì, erano in italiano, ma avevano mantenuto le immagini originali con tanto di sottotitoli e titoli di coda in giapponese. Ricordo di essermi innamorato a prima vista di quei “disegni”, ricordo l’ inspiegabile fascinazione verso le forme curve e tondeggianti dello hiragana, la meravigliosa articolazione degli ideogrammi. Incorniciata alla parete dell’ingresso c’era una stampa di donna in kimono in stile ukiyo-e, ma non posso dire di sono stato spronato su una ipotetica “Via del Giappone” dai miei famigliari; ci sono arrivato di mio. I cartoni animati hanno svolto il ruolo di medium, ma è come se dentro di me si fosse attivato un meccanismo che era destinato a innescarsi comunque. Un sentimento quasi atavico. Un giorno, nel tentativo di spiegare questa complessa sensazione, un mio amico qui in Giappone mi disse: “Forse in una vita precedente eri giapponese”. Non so se credo al discorso della reincarnazione o all’esistenza di vite precedenti e future, ma se tutto ciò esistesse sarebbe la spiegazione più sensata.

Secondo te si può entrare nel mondo del lavoro in Giappone anche formandosi esclusivamente in Italia, o è necessario un periodo di studio anche lì?

Il mondo del lavoro giapponese è un universo a se stante. Il Giappone stesso è, nel bene e nel male, un mondo a sé stante. È un arcipelago e ci tengono a differenziarsi, a rimarcare la loro differenza con il resto del mondo. Un tempo lavorare in Giappone era una sorta di miraggio, nel senso che c’erano solo due possibilità: o si veniva inviati dalla propria azienda estera in qualità di expat a coordinare la filiale giapponese, oppure si apparteneva a quella piccola minoranza di gente laureata in lingue orientali che, con il vantaggio di una minima conoscenza linguistica, trovava un impiego in genere nel campo dell’insegnamento o comunque lavori di un certo livello. Oggi il Giappone è più aperto e attira più stranieri che in passato per ovviare all’invecchiamento galoppante della società e questo ha portato alla normalizzazione di tante dinamiche. C’è da dire innanzitutto che la demografia degli stranieri sta cambiando: meno expat, perché i giapponesi ormai posseggono tutto il know-how richiesto a gestire anche filiali di aziende straniere; più studenti neolaureati di lingua giapponese, perché aumentano di anno in anno gli iscritti alle facoltà in Italia, disposti ad accettare lavori anche più umili pur di vivere in Giappone; aumentano le assunzioni di profili con comprovata esperienza in alcuni settori tecnici specifici, quali IT in primis. Insomma, il mercato del lavoro giapponese ha molto da offrire, proprio perché la sua popolazione sta sensibilmente diminuendo, e offre occasioni lavorative anche agli stranieri arrivati da fuori a patto che si possegga almeno una delle seguenti caratteristiche: 1) sufficiente conoscenza della lingua, 2) esperienze solida in un determinato settore. Quindi, paradossalmente, il mercato del lavoro in Giappone è diventato più ricettivo ma al tempo stesso meno flessibile considerando i requisiti minimi richiesti.

Come ti approcci ad un nuovo lavoro?

Il momento in cui mi viene proposto un nuovo titolo da tradurre è sempre estremamente eccitazione per me. Vado in fibrillazione all’idea di mettermi nei panni di nuovi personaggi. Se non conosco la storia come prima cosa vado a documentarmi e comincio a costruire nella mia mente un’immagine tridimensionale della personalità dei protagonisti, del loro temperamento, del linguaggio che usano, dei toni, delle sensazioni che provano. Se esiste un anime o un manga corro a consultarli, se il lavoro si inserisce nel quadro di una pubblicazione già iniziata vado a confrontare le precedenti traduzioni per annotare la terminologia chiave. Mi metto a spulciare tutto il materiale esistente sull’argomento, comprese le pagine unofficial dei fan, per farmi un’idea più completa della percezione che il pubblico ha della storia, dei personaggi e delle loro dinamiche.

Per J-POP hai tradotto da pochissimo On the Way to a Smile, punto cardine della Compilation of Final Fantasy VII. Conoscere già da prima l’universo su cui andrai a lavorare può aiutare nella traduzione?

Occuparmi della traduzione di On the Way to a Smile è stato semplicemente un onore, e di questo devo ringraziare J-Pop. Solamente pensare alla grandiosità di Final Fantasy, alla sua storia trentennale e alla mole impressionante del suo fanclub nel mondo, in tutta sincerità, mi ha dato una bella scossa di adrenalina… e anche un pizzico di ansia da prestazione! Possedere a priori una conoscenza approfondita dell’argomento è certamente d’aiuto. Non ero completamente digiuno in materia, ma onestamente non posso dire di essere partito con un bagaglio di conoscenze in merito all’argomento sufficiente da lanciarmi nella lettura e quindi nella traduzione del romanzo. Inutile dirlo, mi sono fiondato nello studio. Ho cominciato a leggere qualunque cosa trovassi online, forum, fanpage, gruppi di gioco, ho fatto il terzo grado ad amici esperti in materia, ho guardato un paio di lungometraggi tra cui il film Final Fantasy VII: Advent Children, ho provato a giocare a uno dei videogame della saga (sono un po’ negato con i videogiochi ma è servito per farmi un’idea delle ambientazioni). Il lavoro di un traduttore è fornire la migliore versione possibile di un testo redatto in una lingua straniera. E ripeto, non “una versione” ma la migliore possibile. Nel caso di On the Way to a Smile oltre a questo, che è il principio base del mio lavoro, io mi sono personalmente prefissato un altro obiettivo. Nulla poteva essere lasciato al caso, e in tal senso il supporto ricevuto dall’editor che mi ha seguito in questo percorso è stato fondamentale. Questo romanzo tanto atteso dai fan deve assolutamente riflettere, se non addirittura superare, in termini di qualità le aspettative dei lettori. O meglio, deve essere in grado di ricreare gli scenari e suscitare nel lettore le emozioni che l’autore ha tenuto in serbo per loro, con la stessa identica intensità. Era il minimo che si potesse fare per i milioni di fan di Final Fantasy in Italia che hanno pazientemente aspettato la traduzione di un’opera che finalmente potranno degustare.

On the Way to a Smile - Photo Credits: web
On the Way to a Smile – Photo Credits: Web

Il requisito per lavorare alle traduzioni è soltanto la conoscenza della lingua o è fondamentale anche essere dentro l’universo che si andrà ad approcciare?

Come dicevo rispondendo alla domanda precedente: è chiaro che essere all’interno di un certo universo culturale aiuta grandemente l’opera di traduzione. Ti risparmia la parte di ricerca necessaria per mettersi in paro su terminologia e dinamiche tra personaggi. Personalmente io non sono molto addentrato nell’universo “nerd”, in quanto mi occupo di tradurre narrativa anche in altri ambiti, e questo si è tradotto infatti in una bella mole extra di studio preliminare prima di poter accedere alla traduzione del meraviglioso mondo di Final Fantasy VII (di cui per altro mi sono innamorato!). Sicuramente aiuta parecchio, ma non è fondamentale: con la dovuta pazienza e soprattutto con un’infinita passione per il proprio lavoro, si può arrivare a padroneggiare qualsiasi storia.

Quali sono le maggiori difficoltà che si incontrano durante una traduzione?

Ci sono diverse problematiche da affrontare durante il lavoro di traduzione. Innanzitutto la costante ricerca della parola, locuzione, stile che rispecchi quanto più possibile le intenzioni dell’autore pur mantenendo un linguaggio che sia fruibile e soprattutto naturale alle orecchie del lettore di lingua italiana. Scusate l’immagine cruenta, ma mi sanguinano gli occhi quando leggo traduzioni letterali e zoppicanti che puzzano di lingua straniera. Il mio approccio al lavoro, o meglio, la mia missione in quanto traduttore è quella di “ingannare” il lettore e dargli l’illusione che davanti a sé non ci sia un testo mediato da un altro filtro culturale, bensì un originale di prima mano. Se un traduttore riesce nell’intento di ricreare lo stile e le intenzioni dell’opera originale senza tuttavia lasciar trasparire le “cicatrici” di una inevitabile mediazione, allora può dire di aver raggiunto il proprio scopo.

Quali consigli daresti a chi vuole intraprendere oggi la tua professione?

Parliamoci onestamente: il mondo della traduzione non è semplicissimo, per una serie di ragioni. Prima di tutto perché, prima di arrivare a vivere di questo, il percorso è lungo. Ci vuole tempo per acquisire un bagaglio di conoscenze linguistiche sufficienti, ci vuole tempo per impratichirsi con il lavoro, ci vuole tempo per farsi conoscere e farsi apprezzare. Serve tantissima passione e altrettanta pazienza, ma poi a un certo punto il treno arriva, se si è stati in grado di gettare solide basi con perseveranza e dedizione. Il problema è che nella maggior parte dei casi gli aspiranti traduttori non sono disposti ad attendere il momento giusto e rinunciano prima. E posso capirne le ragioni. Io ho cominciato a tradurre più di dieci anni fa. All’inizio erano piccoli lavori senza seguito, e nella maggior parte dei casi anche piuttosto noiosi: manuali di istruzioni, lettere di incarico, contratti, questionari… Insomma, un genere assolutamente rispettabile, ma ben diverso da quello a cui aspiravo. Per me era solo un extra a tempo perso, traducevo testi di quantità irrisorie e comunque la paga non era stratosferica. Dovevo mantenermi (a Tokyo) e come tutti avevo bisogno di una certa sicurezza economica, quindi mi sono dedicato per diversi anni ad altri lavori più “stabili”. Poco alla volta però ho iniziato a ricevere incarichi più accattivanti che, valutati positivamente, hanno portato a un certo livello di passaparola. Anche le mie esperienze lavorative, così come il mio network di relazioni personali, hanno contribuito a preparare il salto che sarebbe stato fondamentale per il futuro, ossia l’attuale presente, e così, un bel giorno, anche per me è passato il famoso treno. I tempi erano maturi: avevo gli strumenti, sufficiente esperienza ma soprattutto una inesauribile passione e voglia di riuscire. C’è voluto il tempo che c’è voluto, ma il mio sogno di bambino alla fine si è avverato. Non vorrei scoraggiare nessuno né tantomeno infrangere i sogni di qualche aspirante traduttore. Al contrario, vorrei rispondere in maniera realistica per far sì che chi fosse davvero motivato a riuscire, inizi a prepararsi per tempo. Non sarà facile, ma nessuno ha detto che sia impossibile. Studiate, tentate, sbagliate e provate ancora. Se gettate le basi, presto o tardi la grande occasione arriverà. È la passione e l’amore per quello che si fa a stabilire il confine tra chi si limita a svolgere il proprio dovere e chi eccelle.

Puoi anticiparci qualcosa dei tuoi progetti futuri?

Premesso che io mi occupo di traduzione letteraria non limitatamente al genere “nerd”, ci sono un paio di progetti interessanti in arrivo. Non posso fare nomi, ma posso dire che uno tratta di una storia appartenente a un ciclo di romanzi ispirati a un anime molto divertente. L’altro, per l’appunto, riguarda l’uscita di un romanzo che non ha nulla a che vedere con gli anime o i videogame, e si tratta di un’opera letteraria moderna di genere fantascientifico, molto delicata e… sognante.

Ringraziamo di cuore Loris Usai per il tempo che ci ha concesso, ma soprattutto per l’amore e l’enorme passione che ci ha trasmesso riguardo il suo lavoro e al mondo giapponese e la sua cultura. Seguitelo sul suo profilo Instagram per rimanere sempre aggiornati sui suoi nuovi lavori. Non vediamo l’ora di leggerli!

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