Dall’ultimo resoconto concernente Ungheria e Ucraina, la situazione non sembra essersi evoluta. Anzi, dall’incontro avvenuto giovedì a Bruxelles tra i leader europei è emerso profondo disaccordo per la presa di posizione del primo ministro ungherese. Viktor Orbán, infatti, è deciso a non voler dare il via libera al prestito da 90 miliardi destinato all’Ucraina. Il rischio è di compromettere l’intera credibilità delle istituzioni europee, poiché le stesse avevano già approvato il prestito.

Orbán mantiene il veto sul prestito per l’Ucraina

Al termine del vertice di Bruxelles, i leader europei hanno esternato reazioni durissime che mettono in luce le tensioni delle ultime settimane. Ad oggi, infatti, Orbán continua a rifiutarsi di togliere il veto al prestito destinato all’Ucraina. Un prestito che, come sottolineato in più occasioni, è necessario per consentire al Paese di non collassare sotto il peso delle spese belliche. In assenza di fondi il rischio non è solo possibile, ma certo e imminente.

Tra i punti nevralgici dell’intero discorso, vi è proprio la concessione del prestito accordato già a dicembre da tutti i leader europei. La presidente della Commissione europei, Ursula von der Leyen, lo ha infatti ribadito. Non solo l’Ungheria, ma anche Slovacchia e Repubblica Ceca lo avevano approvato in cambio di un’esenzione finanziaria. Nonostante abbiano rispettato la condizione, «un leader non mantiene la parola data». Aggiunge, però, che «in un modo o nell’altro, i fondi arriveranno».

I leader europei evidenziano le tensioni dell’ultimo periodo

Il presidente del Consiglio europeo, António Costa, è stato colui che ha scelto di guidare la critica. «I leader hanno preso la parola per ribadire che un accordo è un accordo e deve essere rispettato da tutti». Sottolinea con fermezza che «nessuno può ricattare il Consiglio europeo. Nessuno può ricattare le istituzioni dell’Unione europea». Il prestito, come Costa torna a ribadire, arriverà ugualmente secondo quanto concordato a dicembre. Le critiche, tuttavia, non terminano con il presidente del Consiglio. Prende parola anche il cancelliere tedesco Friedrich Merz, definendo quanto deciso da Orbán un atto di «grave slealtà». Per evitare che episodi analoghi possano verificarsi anche in futuro, Merz suggerisce di rivedere le regole di voto.

Il Ministro di Stato della Svezia Ulf Kristersson, il Cancelliere d’Austria Christian Stocker e il Primo ministro del Belgio Bart De Wever si sono aggregati alle critiche rivolte al primo ministro ungherese. Hanno tutti evidenziato che Orbán stia sfruttando il conflitto con Kiev proprio per fini elettorali. Similmente, anche l’Alto rappresentante Kaja Kallas ha dichiarato: «In periodo elettorale, le decisioni non sono sempre razionali». Tutte queste prese di posizione hanno irrigidito una situazione già estremamente tesa. Tant’è che sono arrivate accuse pesanti da parte di Orbán che suppone una collaborazione diretta tra Bruxelles e Kiev per favorire un imminente cambio di governo in Ungheria.

Perché si parla di ricatto?

Il primo ministro ungherese ha motivato la sua decisione facendo riferimento all’attuale blocco dell’oleodotto dell’Amicizia. Quest’ultimo sostiene che le ragioni siano politiche e non strutturali. Zelensky ha spiegato in più occasioni che una riapertura imminente non può dipendere dall’Ucraina. Anche Costa ha sottolineato che la garanzia di sicurezza di transito energetico, in un contesto che vede continui bombardamenti russi, è un’ipotesi particolarmente irrealistica. Solo Mosca, ha ribadito il presidente del Consiglio, può determinate il destino dell’oleodotto (colpito più di venti volte dal 2022). «Non si tratta di un negoziato in buona fede quando si impongono condizioni che né l’Ue né gli Stati membri possono assicurare». Nonostante ciò, Orbán mantiene il punto.

Stefania Cirillo