Undicesimo album di studio per i Pearl Jam: “Gigaton”, va detto subito, è una sorpresa gradita per tutti gli amanti della buona musica, un disco rock che arriva a ben sette anni di distanza dal precedente, lavoro permeato di oscuri presagi ma anche di forti luci di speranza. Ve lo raccontiamo.

“Gigaton” è senz’altro un ritorno in buona forma per i Pearl Jam. Il parto più felice dal 2006 a oggi. Dodici canzoni per quasi un’ora di ascolto, compattezza di sound ma anche eterogeneità di idee musicali. E così, mentre il Coronavirus continua a mietere vittime, riempire ospedali e restituire scenari surreali in tutto il mondo (negli States si parte proprio da Seattle nello stato di Washington, ovvero il campo-base dei Pearl Jam), la fruizione di un album come questo profuma di antidoto al dolore.

Antidoto, ma anche monito rispetto a un ambiente naturale divenuto tossico e pericoloso, in cui si stenta a riconoscersi. L’ecologia, gli eventi legati al cambiamento climatico sono uno specchio dei tempi e la band di Seattle, da sempre molto sensibile a temi come il riscaldamento globale, pone un accento a partire proprio dalla copertina del disco, chiave d’accesso che precede il flusso musicale. Immagine violenta: lo scenario apocalittico di ghiacciai polari in via di scioglimento.

Pearl Jam, la copertina del nuovo album "Gigaton" (Credit: pearljamonline.it).
Pearl Jam, la copertina del nuovo album “Gigaton” (Credit: pearljamonline.it)

La vita sulla terra sembra tuttavia ancora possibile, così almeno sembra suggerire l’onda rossa (tipica degli esami di elettro-encefalogramma) non piatta ma in movimento, sovra-impressa in copertina. Il titolo del disco, prende forma proprio da una di quelle onde: il Gigatone è infatti l’unità di misura dell’energia sviluppata dalle esplosioni nucleari, ma si riferisce anche alla perdita di ghiaccio disciolto nelle calotte artiche. Come dire: siamo sull’orlo di una catastrofe, ma possiamo ancora farcela.

I testi del nuovo album dei Pearl Jam

Scorrendo i testi, le inquietudini ‘grafiche’ si riverberano naturalmente su quanto scritto/cantato nell’album: un senso tangibile di terrore e sfida, di rabbia e indignazione bruciante. Una chiamata alle armi a braccetto con inevitabili presagi di fragilità. Vedder e soci si sentono in balia di una politica (chiari i riferimenti alla presidenza di Donald Trump) che non rispecchia affatto ideali e opinioni loro così come di moltissimi altri cittadini statunitensi. Questo album è un punto fermo e una reazione.

Come si diceva in apertura, “Gigaton” è musicalmente una gran bella boccata d’aria fresca. Un disco che mitiga le cocenti delusioni degli ultimi due (mediocri) album di studio. Un amalgama non perfetto, ma comunque eterogeneo, pieno di idee, luci, ombre, sfumature e dettagli che sarà possibile gustare solo con ascolti ripetuti e la giusta attenzione. Ma tutto ciò non è mai mancato ai fans della band.

Pearl Jam, la formazione attuale di "Gigaton" (Credits: autodromoimola.it).
Pearl Jam, la formazione attuale di “Gigaton” (Credits: autodromoimola.it)

Già, la band: in autunno festeggerà i trent’anni di attività. In tempi bui come questi, in cui il rock scompare dalle classifiche (almeno americane), dimostrare di esserci ancora e – a differenza di altri colleghi ormai bolliti – di poter fare la differenza, è qualcosa che ci rende felici. I Pearl Jam sono dei veterani e hanno dimostrato di essere cresciuti, non semplicemente sopravvissuti alla stagione irripetibile del Grunge.

La musica

Il nuovo album lo dimostra: una cavalcata rock energica e arrembante nella prima metà del disco, mentre nella seconda le atmosfere si dilatano e c’è spazio per un approccio sonoro sfuggente, sognante. Un brano d’apertura come “Who Ever Said” ti fa saltare sulla sedia e dimostra quanto i PJ siano ancora in grado di dar vita a grandi pezzi rock basati sul dialogo tra chitarre elettriche e una voce, quella di Eddie Vedder, sempre in forma strepitosa malgrado gli anni che passano.

C’è voglia di sperimentare nuove strade, di andare oltre il seminato: lo testimonia un pezzo come “Dance of the Clairvoyants”, primo singolo estratto. Un brano quasi post punk e funk, scommessa tuttavia non del tutto riuscita. Là dove invece, a nostro parere, sta la parte più splendente è nella sontuosa seconda parte del lavoro.

Altro scatto suggestivo dei Pearl Jam di "Gigaton" (Credits: corriere.it).
Altro scatto suggestivo dei Pearl Jam di “Gigaton” (Credits: corriere.it)

In “Alright” e “Seven o Clock” troviamo quelle atmosfere sospese, dilatate, misteriose. Arrangiamenti quasi ‘psichedelici’ che prendono vita dal nulla, abbracciano l’ascoltatore e si animano per poi svanire di nuovo in una nuvoletta di vapore. “Buckle Up”: serpeggia intorno a un riff di chitarra avvolto su sé stesso con la sezione ritmica che segue a ruota e la linea vocale che si dipana come un mantra, una preghiera mistica.

“Retrograde”: sontuosa danza acustica/elettrica in tempo medio, che lascia spazio a parti centrali ricche di divagazioni strumentali imponenti come onde oceaniche. Infine “River Cross”, col suo solenne organo a canne: ti porta via, altrove, col suo basso saltellante che entra ed esce dal mix, il battito tribale della batteria e gli inserti di tastiere quasi celestiali.

“Gigaton” è vento di tempesta. Ma anche i cataclismi peggiori alla fine terminano e l’importante è trarre un esempio positivo, fertile per le generazioni che verranno. Questo album è un appello ad aggrapparsi alla vita, alla verità, all’amore e alla speranza in un mondo che sta smarrendo la strada. Non tutto è perduto, possiamo ancora farcela.

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