La pecora Dolly nacque il 5 luglio del 1996. Se fosse viva (improbabile per una pecora, la cui vita media è di 12-13 anni) quest’anno compirebbe 24 anni. Il suo decesso avvenne nel 2003. Dolly, il cui nome è ispirato alla celebre cantante country Dolly Parton, fu il primo animale al mondo ad essere nato da una clonazione. Aveva tre madri.

Una da cui fu prelevata una cellula somatica che poi avrebbe fornito il DNA (la cellula in questione era proveniente dalla ghiandola mammaria). Una da cui fu estratto l’ovocita (privato del nucleo) in cui fu introdotto il DNA citato prima. Infine, una terza madre, la surrogata, che portò a termine la gravidanza. Lo sviluppo dell’embrione avvenne mediante elettroshock.

La pecora Dolly con Ian Wilmut, lo scienziato che la creò, web
La pecora Dolly con Ian Wilmut, lo scienziato che la creò, web

Gli scopi scientifici della clonazione

Lo scopo era quello di riuscire, attraverso alla clonazione, a fornire pezzi di ricambio necessari alla cura di alcune malattie. Il programma scientifico, dunque, era più che mai ambizioso. L’esperimento avvenne al Roslin Institute di Edimburgo, in Scozia, ad opera dello scienziato Ian Wilmut.

La nascita di Dolly e il precoce invecchiamento

La clonazione e la nascita di Dolly posero in evidenza alcuni problemi non trascurabili. Il primo fra tutti, l’invecchiamento precoce. La pecora sviluppò una forma di artrite aggressiva già nei primissimi anni di vita. Tale evento era raro per un animale giovane. Si attribuì la responsabilità della cosa alla presenza, nei cromosomi di Dolly, di telomeri corti. Questo è tipico degli animali in età avanzata. La pecora Dolly era nata già vecchia. Sviluppò una patologia polmonare molto severa, atipica anch’essa, in soggetti della stessa età. Quando nacque, Dolly aveva la stessa età della pecora clonata, ovvero 6 anni.

Le gravi sofferenze fisiche che la affliggevano condussero, nel 2003, all’abbattimento di Dolly. Assurse, però, all’eternità. E non solo per la storia particolare che la vide inconsapevole protagonista. I suoi resti impagliati, infatti, furono posti al Royal Museum di Edimburgo, che fa parte del National Museum di Scozia. Era il 9 aprile del 2003.

Dolly non fu un fenomeno isolato di clonazione

Dopo il glorioso esperimento di Dolly, anche altri animali furono clonati. Si trattava di mammiferi di particolare interesse zootecnico. Tuttavia è emerso, negli anni, che la programmazione cellulare in questi soggetti presenta delle falle. Essi presentano, infatti, seri difetti genetici. Inoltre sono suscettibili allo sviluppo di patologie già in una fase precoce dell’esistenza. Si è proceduto alla clonazione anche di animali in via di estinzione. I risultati sono stati deludenti. I difetti fisici congeniti (maggiormente quelli a carico dell’apparato respiratorio) ne compromisero la sopravvivenza.

La pecora Dolly, Royal Museum di Edimburgo, National Museum di Scozia, web
La pecora Dolly, Royal Museum di Edimburgo, National Museum di Scozia, web

I limiti oggettivi della clonazione

La clonazione è una metodica poco efficiente per renderne possibile l’applicazione alla specie umana. Potrebbe, però, essere utile nella riduzione dei rischi di malattie ereditarie. Potrebbe inoltre assicurare la compatibilità nel trapianto di cellule staminali nei fratelli con almeno un genitore in comune. Non da ultimo, la clonazione umana potrebbe rappresentare una strategia di risoluzione a condizioni di infertilità.

Questa, accanto alla fecondazione in vitro o all’impiego di madri surrogate. Motivi etici, filosofici e medici, costituiscono il substrato forte all’opposizione all’applicazione della clonazione alla specie umana. Ne esiste, inoltre, il divieto assoluto a livello internazionale. La pecora Dolly resta, a tutt’oggi, a distanza di quasi un quarto di secolo, il più riuscito degli esperimenti in tal senso. La sua popolarità l’ha consegnata alla storia per sempre.

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