Cinema

“Il Pennarello”: gli anni ’90 colorati di blu

Poster di Titanic, musicassette anni ’90 e un pennarello blu per riavvolgere una storia. Sembra l’inizio di un racconto che ci riguarda nel profondo (e forse è così). Il protagonista, d’altronde, è un ragazzo comune che si ritrova intrappolato in un’impotenza che non sa spiegare, forse perché non servono parole o dialoghi per esprimerlo, solo immagini e sensazioni. Il cortometraggio di Antimo Leva dal titolo ‘Il pennarello’ mette in scena una storia intima ed estremamente delicata, delicata sì, eppure non semplice. 

Fabrizio (Michele Civitillo, protagonista) non riesce a dare una spiegazione alla sua impotenza (la quale si verifica solo con la sua ragazza). Una sera si fissa allo specchio e, dopo qualche esitazione, si rade, sacrificando un folto e caratteristico pizzetto da barba, tipico di quegli anni. Inizia qui, con un semplice gesto che potremmo definire ‘anticonformistico’, la trasformazione di Fabrizio. Emerge sin da subito, in Fabrizio, uno slancio vitale che lo porta a ‘volere di più’ da una vita incasellata in compartimenti stagni e regole protocollari. Lo spettatore è complice e fedele compagno di viaggio del suo iter di metamorfosi, al quale non viene richiesto un giudizio o un’opinione, ma una semplice comprensione e visione della storia, così com’è, senza pregiudizi. 

Una sera si reca in discoteca e, probabilmente ubriaco,  in bagno, con un pennarello blu, lascia un annuncio sul muro dove si dà un nome da alter ego: Iris. Lascia poi il proprio numero di cellulare e si propone come accompagnatore sessuale. Successivamente, scopre di avere l’interesse di travestirsi da donna e si incontra con un uomo, col quale ha un rapporto sessuale. Quell’uomo è forse una persona che gli paga le prestazioni, o forse è un partner col quale intrattiene una relazione sentimentale.

Quella sera a casa, non riesce a prender sonno, forse riflessivo per la doppia vita che conduce, di giorno Infermiere e di sera donna. Una donna però con la sua grande dignità.

Mettere in scena una storia così delicata e riprenderla con la macchina da presa, dev’essere stata dura, ancora di più per una produzione indipendente che cerca di farsi strada nelle gelide acque del business cinematografico. Tuttavia, Antimo Leva (il regista) non è digiuno di tematiche gender fluid, un suo precedente corto di cui Metropolitan Magazine si è occupato già trattava l’argomento, e anche uno suoi ultimi infatti, si intitola ‘LGBT- le generiche banali teorie’. Quanto è difficile parlare di queste battaglie? Quanto ancora bisogna parlarne?  Abbiamo voluto cogliere qualche riflessione.

(Sul sito cinemagay.it è stato pubblicato il cortometraggio “Il pennarello”.  Qui il link per guardarlo e leggere il commento del regista. Successivamente sarà pubblicato sul canale L’Anticinema sul quale trovate il trailer di LGBT – le generiche banali teorie).

MMI: Come mai hai scelto il colore blu come filtro del tuo corto? 

Antimo Leva: È’ stata una conseguenza alla scelta di ambientare il cortometraggio nel 1999. Dalla seconda metà degli anni ’90, e soprattutto nel ’99, il colore blu e atmosfere ghiaccio erano il marchio dei videoclip musicali. Posso farti esempi italiani come il videoclip di Nek del ’97 de la Vita è, il  videoclip del brano L’ombra del gigante  di Ramazzotti, Blu di Zucchero e Cuore d’aliante di Baglioni. Negli Usa gli esempi di I Don’t want to miss a thing  degli Aerosmith e soprattutto Glorious di Andreas Johnson restano ancora oggi nell’immaginario collettivo. Il colore in questo senso doveva essere la principale fonte della storia. Ho pensato al ’99 come fine del ‘900, quindi fine del passato e corsa verso il terzo millennio, il futuro.

Il pennarello PhotoCredit: dal web
Il pennarello PhotoCredit: dal web

– Vent’anni fa si sperava che oggi, negli anni ’20 del 2000, l’omosessualità non avrebbe dato fastidio più a nessuno. Invece, purtroppo, non è così. Il personaggio che ho scritto è un ragazzo dell’Italia del ’99, è un infermiere ed ha un legittimo interesse nel sentirsi donna. È’ bisessuale, forse, si traveste da donna, ma tutto questo dovrebbe viverlo con bellezza e spensieratezza e invece, inizialmente, lo interiorizza e lo vive in intimità, da solo. Ma è un super eroe il mio Fabrizio. E proprio come ogni super eroe che si rispetti ha un alter ego. Il suo nome da donna è Iris. Ho scelto questo nome per tre significati. Primo per l’associazione con due canzoni famosissime del ’99, iris dei Goo Goo Dolls e Iris di Biagio Antonacci. Secondo Perché Iris è anche una bellissima pianta dal colore blu, quindi il colore tema del corto. Terzo, la pianta è simbolo della natura, e poiché io credo che l’omosessualità, come la bisessualità o la transessualità siano aspetti naturali, ho preferito associare la scelta del nome di Fabrizio alla natura, alle sue bellezze.

– Poi ho pensato ai vari significati del colore blu. Oltre a tutti quelli che si associano a questo colore – come la notte stellata in molti illustrazioni, l’immensità del mare, la spiritualità, al fatto che il blu è presente sia nella bandiera della bisessualità che della transessualità – ho pensato che lo si associa anche al concetto di nobiltà: il sangue blu. Io credo che l’omosessualità sia nobile quanto l’eterosessualità, quindi è un mio umile – spero anche valido – tentativo di nobilitare ancora più ciò che è già nobile di natura: le scelte sentimentali e sessuali delle persone, che vanno rispettate.

– È’ vero che il mio Fabrizio/Iris forse teme il giudizio del prossimo, ma è uomo e donna nella stessa persona, che ne fanno un essere vivente completo, che sceglie per sé, e la sua dignità è immensa. Lo immagino oggi il personaggio che ho scritto, vent’anni dopo, cinquantenne, con la fierezza e l’orgoglio delle sue scelte.

MMI: Qual è stata la tua ispirazione del corto? Volevi semplicemente parlare di tale tematica sensibile o c’è un confronto personale?

Antimo Leva: Da dove inizio? Diciamo che io sono molto sensibile alle tematiche LGBT+. Ho realizzato diversi corti a riguardo. È’ un istinto mio. Se vogliamo essere ipocriti, o rincoglioniti, possiamo anche fare finta di nulla, e dirci tra noi che oggi è tutto apposto, che omosessuali, lesbiche e transessuali non riscontrano problemi. Invece non è così. Fin quando un eterosessuale ha lo scettro – o crede di averlo – di decidere se è legittimo o meno per un omosessuale sposarsi, o adottare figli, allora vuol dire che la strada è lunga, e anche insidiosa. Fortunatamente attivisti, persone con cervello e tante istituzioni lottano ogni giorni per imporre l’autorevolezza LGBT+ e spero non si fermino mai.

Con questa storia volevo, voglio, parlare di questo tema ma dovevo  farlo a modo mio. Per precisi e giusti motivi. Nessuno mi ha pagato mai per scrivere storie LGBT+, né mi è stato commissionato fino ad ora. È’ la mia creatività che si concede, molto spesso ormai, degli appuntamenti con questa tematica. E quindi farlo a modo mio, girare a modo mio, era l’unica via per renderlo personale. Oltre ai ragionamenti fatti prima, volevo omaggiare le mie ispirazioni, i miei gusti. Li ho proiettati sì su Fabrizio, ma sono miei gusti. Per gusti intendo, l’Euro pop di quegli anni, vedi Blu degli Eiffel 65, il brano simbolo;  la musica in generale, mia fonte principale di ispirazione, il cinema di quegli anni, come Titanic e Godzilla; le musicassette da arrotolare con il pennarello; il VHS e i poster; i capelli a spazzola. Ho unito il pop dei miei gusti al dramma e al romanticismo che c’è in questa storia, e spero arrivi tutto allo spettatore. 

Ancora, atro punto su cui sono stato deciso dal principio, è stato il realismo intimo a cui volevo dare forma. In questo corto c’è in scena una masturbazione molto realistica. C’è l’orgasmo, c’è il sesso, l’intimità appunto. Ma quest’ultima volevo metterla davanti allo spettatore, combattendone l’eventuale pudore. Ho evitato edulcorazioni, preferendo una linea diretta, affidando alle capacità neurologiche dello spettatore la comprensione di questo approccio. Questo per sottolineare che un autore deve poter avere la possibilità, e anche la capacità  di non farsi inibire dalle aspettative del “politicamente corretto”. Quindi poter essere diretti e realistici – se lo si considera congeniale al proprio stile e alle circostanze – è una grande opportunità artistica e concettuale.

Questo corto è diretto, forte, e soprattutto non ha una morale. Mia spiego: non giudica Fabrizio, anzi, noi lo osserviamo, prendendo confidenza con lui, e anche se possiamo essere imbarazzati in qualche momento – come del resto è normale quando ci si confronta con l’intimità del prossimo – dopo capiamo la sua visione, i suoi dubbi. Attenzione però: i dubbi di Fabrizio non sono da identificarsi come un senso di disagio nel volersi sentir donna. Questo né io da autore, né Fabrizio lo crediamo. Ma se il personaggio ha qualche dubbio, è nei riguardi delle persone che giudicano male tutto ciò che non è eterosessuale. Ma se Fabrizio ha una gentilezza d’animo tale da preoccuparsi del giudizio degli eterosessuali, spero che gli eterosessuali di tutto il mondo abbiano la  sua stessa gentilezza nel riflettere prima di giudicare tutti i Fabrizio del mondo. Perché i Fabrizio nel mondo sono numerosi, numerosissimi, è questo è un dato di fatto. Un normalissimo dato di fatto.

Il pennarello Photocredit: corto
Il pennarello Photocredit: corto

Questo numero elevato di Fabrizi simboleggia comunità di persone, quindi appartenenza, normalità e bellezza. Spero che tra vent’anni queste mie idee, questo mio arzigogolare oggi, siano superate,  magari anche a sacrificio dello stesso cortometraggio; ma spero che un domani gli illustri colleghi di cinema, musica e tutti le arti, abbiano portato ancora più in alto la sensibilizzazione della tematica, a tal punto da non dover nemmeno fare più distinzioni di genere e gusti.

Prima di chiudere, considero necessario fare i dovuti ringraziamenti: Alessia Fergola ed Erica De Lisio per prime, le  fidate amiche e colleghe che hanno accompagnato ancora una volta le mie idee sulla strada della messa in scena. Alessia è stata bravissima scenografa con pochissimo, aiutandomi a restituire economicamente gli anni ’90 ed Erica  infallibile operatrice che si è divertita molto su questo set, capendo a volo le mie volontà espressive. Del resto, loro due sono grandi giovani artiste; l’amico fotografo Cristian Guetta che esclusivamente per me si diletta come Direttore della fotografia. Ill risultato è stato molto valido. Anche lui con pochissimi mezzi è riuscito a restituirmi la luce che volevo e che gli ho chiesto, facendogli visionare film e video che non conosceva. Lo ringrazio e lo ammiro come artista; A Michele Civitillo, il protagonista, va un grazie speciale ed un complimenti, perché il giovanissimo attore ha dimostrato una tale naturalezza nel mettersi in scena, confrontandosi con la storia, superando qualche ovvia difficoltà. Mi ha dato tante emozioni. Sono stato suo spettatore, e lo sono ancora; Gli mici Antonio De Rosa e Maria Francesca Vinci,  i coprotagonisti, sono sempre bravi,  e ovunque li metti  fanno bellissima figura; Poi un grazie va a tutte le comparse, ma in particolare ai fidati amici artisti, come Gianmarxo Bisesti, Giuseppe Catalano, Emanuela Sorrentino, Rita Lamberti, Elena De Masellis e Gerardo Mustacciuolo, veterani dei miei lavori.

E chiudo anticipando un altro mio lavoro, di cui hai parlato già tu: LGBT – le generiche banali teorie. Uno spiritoso cortometraggio con i già citati Gianmarco Bisesti e Giuseppe Catalano e l’amica, formidabile attrice, Roberta Di Somma, l’ultima adepta di queste tematiche di una parte dei miei corti.

MMI: Il tuo personaggio, Fabrizio, rappresenta un grido, una ribellione ancora cristallizzata in una discriminazione assurda e insensibile. Per te, è stato facile immedesimarti? Hai avuto difficoltà nell’ accogliere quel dolore?

Michele Civitillo: Fortunatamente la sintonia tra me e Fabrizio è stata quasi immediata, non condividiamo una vita simile ma spesso mi sono ritrovato fuori contesto, in tante occasioni, e quindi cerco di conoscermi sempre di più, come fa appunto Fabrizio.

Sono stato felice e onorato di interpretare questo personaggio, soprattutto perché oggi ignoranza e discriminazione sono molto presenti. Secondo me, chiunque può immedesimarsi nella storia di Fabrizio, perché è una storia che parla, prima di tutto, della ricerca della propria identità, un argomento che ci riguarda tutti.

Ma alcune difficoltà le ho comunque incontrate. In alcune scene ho dovuto “indossare” letteralmente i panni dell’alter ego di Fabrizio, ovvero Iris, ed è stata un’esperienza del tutto inedita per me. Ho dovuto adattare il mio atteggiamento, i miei sguardi, in favore di un personaggio con interessi diversi dai miei.  Questo mi ha aiutato molto, mi ha fatto capire alcune cose dell’empatia.

Non ho mai avuto paura che quest’opera potesse offendere in qualche modo qualche persone appartenente alla comunità LGBT, perché la scrittura (del regista Antimo Leva) è delicata e rispettosa. E conosco il suo punto di vista. Per prepararmi al ruolo ho anche approfondito e migliorare l’amicizia con alcune persone omosessuali e transessuali.

MMI: Per chi lavora in ambienti artistici il periodo del lockdown ha avuto la funzione di inasprire i contatti e le opportunità di lavoro. Quali potrebbero, essere, secondo te le soluzione? Fare l’attore, d’altronde, è vero e proprio lavoro. 

Michele Civitillo: Assolutamente sì. Il mestiere dell’attore è un lavoro a tutti gli effetti e come tale va rispettato. Non esistono differenze di mestiere. Il lockdown è stata un’esperienza indimenticabile per gli artisti per ovvi lati negativi della situazione, ma, per assurdo, ci potrebbero essere stati anche dei alti positivi, a  partire da un miglioramento nello stimolo di scrivere, o dirigere nuove opere di cui appunto si era impossibilitati di realizzare durante la pandemia (elemento in cui Antimo può ritrovarsi). C’è il pubblico che ha una grandissima fame si spettacolo ed è un fattore a cui non potevamo fare molto affidamento prima del lockdown, e c’è soprattutto il bisogno di far ripartire un sistema in cui molte persone sono  coinvolte lavorativamente.

Purtroppo non esiste una soluzione specifica per uscire da questa drammatica situazione, ma una strada affidabile può essere quella della collaborazione reciproca, nel progettare e realizzare nuove opere, sperando che in questo percorso possiamo essere sostenuti soprattutto dal pubblico.

MMI: Parlare di tematiche LGBTQ+ non è semplice. Eppure, il cinema svolge, da sempre, un ruolo fondamentale nell’educazione delle giovani menti. Conoscevi già tutte le problematiche di queste battaglie o ti sei informata dopo il film?

Roberta Di Somma: Purtroppo, o forse sarebbe meglio dire per fortuna, sì, già ero al corrente di moltissime problematiche delle battaglie LGBTQ+, sia per esperienza diretta, conoscendo intimamente alcune persone appartenenti a questa comunità, sia ovviamente attraverso i social media che (per questo dicevo “per fortuna”) nell’ultimo decennio stanno aiutando molto di più a diffondere e a far prendere più consapevolezza alle persone non avvezze a questo mondo (e quindi non per loro colpa, ignoranti a riguardo), di quanto effettivamente sia diffuso e permei la società il problema della discriminazione, frutto proprio di scarsissime conoscenze in merito.

E dopo aver visto “Il pennarello”, un cortometraggio a mio avviso di altissima qualità, ho avuto la prova che non c’è bisogno di cifre astronomiche e pomposità per creare arte e usarla per parlare di tematiche importanti come queste. Questo è sicuramente un grande merito del suo regista, Antimo. Sorprenderebbe infatti chiunque, dopo averlo visionato, sapere che sia stato fatto con una produzione low budget. Impossibile non notare la finezza di certe inquadrature, dell’uso delle luci, del montaggio, della direzione degli attori ecc. ma quello che sicuramente resta e colpisce dal primo secondo di questo corto è l’intensità di sensazioni che vanno oltre l’apprezzamento cosciente della qualità di un prodotto del genere: attraverso un’atmosfera alienante a tinte blu in cui ci si trova catapultati in medias res, senza presentazioni e giri di parole lo spettatore entra subito nello stato emotivo che la storia vuole trasmettere.

Per quanto riguarda il tema, essendo molto sensibile all’argomento, ne sono stata particolarmente colpita. Il disagio di Fabrizio, in arte “Iris”, che traspare in ogni singola inquadratura (dai gesti, le azioni quotidiane, gli sguardi che lui stesso si dà allo specchio) per quanto sia una storia specifica è un pretesto per esprimere il disagio di tantissime persone come lui, persone che non si sentono di poter appartenere a una società così come sono, in modo “completo”, perché vittime di discriminazioni e pregiudizi di ogni sorta. Per quanto il periodo fosse più favorevole rispetto a momenti storici precedenti, non ci si poteva sentire veramente liberi di esprimere se stessi, e ancora oggi ce n’è di strada da fare in questo senso. La storia di Iris, per quanto piena di amarezza, è una storia verso una liberazione di quella parte di sé autentica che vuole mostrarsi al mondo a cui vuole e può sentirsi veramente di appartenere nella sua interezza di essere umano. Non è una strada facile, e passerà per vie non molto luminose, ma alla fine trova un modo ed è questo che gli permette di affrancarsi e affermare con orgoglio, grazie a un pennarello blu, la sua libertà.

MMI: ‘LGBT’ ovvero ‘le generiche banali teorie’. Quante ne sentiamo ogni giorno…

Roberta Di Somma: Infatti proprio a questo riguardo ci tenevo a specificare che in realtà non è solo il problema della discriminazione esplicita e di tutte le forme di violenza omofobe di cui si sente parlare ogni giorno, ma un altro problema su cui riflettere è quello dei luoghi comuni, dei cliché e, appunto, delle banalità che si sentono spessissimo e che paradossalmente, per quanto possano essere dette in buona fede o in nome del politically correct, contribuiscono a creare un alone di impersonalità e inconsistenza attorno a queste tematiche. La tendenza opposta è infatti proprio quella di sminuire, attraverso small talking scontato (che nel corto è reso alla perfezione) argomenti molto importanti che andrebbero affrontati con le dovute conoscenze e informandosi realmente, non scaricandosi la coscienza cercando di apparire “tolleranti” (altra parola su cui si potrebbe aprire un dibattito infinito). La superficialità come l’ignoranza può potenzialmente fare danni seri, e l’ultima cosa che si dovrebbe fare in questo periodo storico, conoscendo infiniti trascorsi di centinaia e centinaia di anni di violenze e discriminazioni, è quella di sminuire le battaglie e soprattutto le conquiste, che finalmente si sono raggiunte e si stanno portando avanti con orgoglio, sperando che un giorno non si debba proprio più parlare di “lotta” per poter affermare il proprio diritto di essere ciò che si è e di fare liberamente ciò che si desidera.

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