Hanno già detto tutto su Gino Paoli.
Probabilmente avrebbe odiato l’eccessiva retorica dei coccodrilli anche se nascondono un affetto sincero.
Certo l’ultimo della scuola genovese, il carattere burbero, il proiettile nel cuore e le canzoni d’amore.
Cosa c’è allora da dire in più?

C’è che Gino Paoli è tutto ciò che non c’è più nell’arte ed il motivo per cui non le fanno più così.

“Un artista burbero, brutto e sporco ma autentico”

Per certi aspetti Gino Paoli è stato il nostro Serge Gainsbourg, un homme moyen sensuel che conquista le due donne più belle d’Italia così come Serge con Jane Birkin e Brigitte Bardot.

Entrambi chansonnier all’antica, con quelle melodie senza tempo.
Gino Paoli è tutto ciò che non abbiamo il coraggio di essere ma che fingiamo di essere.

Chi ha già sferrato il primo boomer davanti a questa frase non lo capiranno mai perché quando c’erano persone moralmente discutibili ma più autentiche, che toccavano con mano la cruda realtà senza giudicarla, ma innamorandosi lo stesso nonostante tutto quello squallore, c’era più qualità.
Per questo Il cielo in una stanza non l’hanno ancora capita.
Dicono parli di una prostituta, no per la prima volta Gino Paoli ne parla come di una donna che può essere amata lo stesso, nonostante sia una prostituta, anzi probabilmente non l’avrebbe amata così tanto se non fosse stata così sbagliata.
Elodie quando Gino Paoli dichiarò che non è rimasto più niente, solo pupazzi che ballano senza saper cantare, suonare o scrivere, si sentì chiamata in causa e rispose che “ci sono grandi artisti ma persone di m.”.

Anche qui è una verità dura da digerire ma per questo colpisce di più e fa reagire così.
Oggi abbiamo artisti irreprensibili dal punto di vista morale eppure noiosi, senza talento e soprattutto senza alcun coraggio.
Oggi si innamorano della finta virtù ipocrita che diventa più crudele dello scontroso.
Un branco di finti alternativi che si atteggiano a gangster mentre Gino Paoli li prendeva a pugni davvero, come quella volta con Felice Maniero della Mala del Brenta nella Milano da bere. Ovviamente per contendersi una donna, mica per motivi etici.

Il lato nascosto delle canzoni di Gino Paoli

Tanti soffrono d’amore ma Gino Paoli si è sparato.
Gino Paoli beveva una bottiglia di whiskey al giorno e non ne ha mai fatto una lagna per farsi compatire dal pubblico.
Ci ha lasciato invece un aneddoto come quello di Ornella Vanoni quando racconta che ha dovuto buttarlo in una vasca piena di ghiaccio svenuto perché stava per morire.

Gino Paoli si è candidato col partito comunista ma raccontava dei parenti finiti nelle foibe e dei partigiani che gli hanno ucciso la maestra pur restando antifascista.

Gino Paoli ha biasimato l’amico Luigi Tenco perché si è suicidato solo per imitarlo, salvo poi commuoversi ogni volta che racconta quando Tenco incendiava una carta di giornale dopo averci defecato dentro per lasciargliela davanti alla porta.
Gino Paoli ha scritto sapore di sale quando il boom economico e la gioia degli anni Sessanta stava finendo e mentre tutti facevano rock n’ roll ha preferito fare una classica canzone melodica italiana.
Non è stato un cantautore impegnato ma in Quattro amici al bar quando ormai negli anni Ottanta andavano tutti in banca.
Ha scritto anche L’ufficio delle cose perdute dove dice “Sono andato lì a cercare, i capelli che ho perduto, il sorriso di mio padre ed il canto di un amico, voglio indietro i miei vent’anni e le speranze in più, voglio l’albero dei come e dei perché”.
Non serve citarle tutte, ma basta un’altra, perché da quando se n’è andato “il mondo si è fermato, io ora scendo qui, prosegui tu, ma non ti mando sola”.
Provaci a non innamorarti di uno così.

Matteo Vitale