Italiani, popolo di santi, navigatori e…non lettori. A stabilirlo sono gli studi condotti dall’OCSE, secondo i quali il nostro Paese è, da anni, agli ultimi posti della classifica europea per quanto riguarda la comprensione di un testo scritto. Dati preoccupanti, che si aggiungono a quelli, altrettanto poco rassicuranti, sull’alfabetizzazione a livello globale. Attualmente, il tasso di analfabetismo mondiale è infatti al 47%; nella nostra penisola, invece, il tasso è “limitato” ad un 30%. Il fatto che il 70% della popolazione sappia leggere, tuttavia, non vuol dire che, al tempo stesso, sia in grado d’interpretare correttamente le sue letture, né che, in effetti, si voglia dedicare ad esse. Ma perché gli italiani rifuggono i libri? Umberto Galimberti ha qualche idea a riguardo.
Il collegamento tra lettura e audiovisivo

Filosofo, saggista e psicoanalista noto in tutto il continente, Galimberti si occupa, su La Repubblica, di una rubrica in cui affronta vari temi “scottanti”. Nel 2023, rispondendo a una lettrice che ha lavorato per anni al Dizionario di Tullio De Mauro pubblicato dalla UTET, che in seguito si è proposta con un progetto all’Università del Piemonte Orientale orientato alla comprensione del testo letterario inteso come competenza di base, l’autore ha avuto l’occasione di esprimere il suo pensiero sull’argomento.
Galimberti lega con forza l’abbandono del testo scritto alla diffusione a machia d’olio dell’audiovisivo: «Negli ultimi trent’anni siamo traghettati in una fase dove le cose che sappiamo, dalle più elementari alle più complesse, non le dobbiamo necessariamente al fatto di averle “lette” da qualche parte, ma semplicemente di averle “viste” in televisione, al cinema, sullo schermo di un computer, di un tablet, di un telefonino, oppure “sentite” dalla viva voce di qualcuno, dalla radio o dagli auricolari inseriti nelle nostre orecchie. A questo punto sorgono spontanee le domande: come la trasformazione della strumentazione tecnica modifica il nostro modo di pensare? E ancora: quali forme di sapere stiamo perdendo per effetto di questo cambiamento?».
Umberto Galimberti: “Homo Sapiens” e “Homo Videns”
Il libro, nella sua forma tradizionale, risulta dunque sempre meno accattivante per le nuove generazioni. Questa scarsa fruizione, per Galimberti, porta ad una mutazione delle forme di sapere e ad un adeguamento degli strumenti. I volumi di testo, sin dalla scuola primaria hanno sempre più immagini e meno parole, per favorire un apprendimento simultanea; questo, ovviamente, alla lunga lede lo sviluppo che, al contrario, la lettura incentiva. Leggendo, infatti, si abitua il bambino a distinguere la sequenzialità, che inizia dall’osservazione del grafema alla sua analisi, fino alla comprensione del codice grafico. Una procedura che richiede un approccio logico-temporale ma, ormai, sempre più desueta.
Per Galimberti, dunque, l’uomo sta subendo un processo che lo sta conducendo dallo stato di Homo Sapiens a quello di Homo Videns. «L’homo sapiens», scrive il filosofo, «capace di decodificare segni ed elaborare concetti astratti, è sul punto di essere soppiantato dall’homo videns, che non è portatore di un pensiero, ma fruitore di immagini, con conseguente impoverimento del capire, dovuto, come scrive Giovanni Sartori in Homo videns. Televisione e post-pensiero (Laterza) all’incremento del consumo di mezzi audiovisivi. E, com’è noto, una moltitudine che “non capisce” è il bene più prezioso di cui può disporre chi ha interesse a manipolare le folle.»
«La concentrazione, il silenzio, la solitudine sono essenziali a chi legge, mentre si può guardare collettivamente, convivialmente, addirittura facendo altre cose», prosegue, per poi concludere amaramente «Chi non legge non sa cosa succede perché le idee talvolta si irrigidiscono, talvolta come le stelle si spengono».
Federica Checchia
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