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Perché le “slurs” non sono semplici insulti?

*Content Warning – slurs censurate nel testo*
Ieri sono uscita con la mia ragazza – a quasi trent’anni la dovrei chiamare “compagna”? No, è un termine che mi fa sentire troppo adulta – e passeggiando mano per la mano ci siamo sentite rivolgere un termine specifico: lesbiche, per la precisione “Ah lesbiche!” come nei migliori meme. È scattato subito il panico, perché un insulto così per strada può voler dire nulla o voler dire tutto. E per tutto intendo una qualche forma di violenza, oltre quella verbale.

Nulla, alla fine non è successo nulla, era solo una mia paranoia, ma quel termine con il quale mi riferisco a me stessa sempre con orgoglio, in un contesto non sicuro come una strada buia, è diventato un insulto, anzi una slur così potente da farmi provare paura.

Cosa sono le slurs e cosa le differenzia dagli insulti?

Le slurs sono parole offensive che posseggono una forza espressiva notevole. Nessuna parola è leggera, ognuna racconta molto più del suo primo significato evidente. Il peso emotivo, l’immaginario politico, sociale, culturale… le parole, banalmente, sono importanti proprio per questo.
Ecco le slurs sono particolari parole denigratorie che somigliano a parole, ma sono come proiettili caricati nella bocca. Sono termini che la maggior parte delle persone condanna pubblicamente, perché definiscono chi le usa come carnefice, razzista, maschilista, omofobo o abilista, ma che alla fine vengono largamente usate per ferire il prossimo.

Il prossimo, in questa ricetta, è sempre una minoranza. Non serve disobbedire alla convenzione, rompere un tabù – come girare mano per la mano con la mia ragazza – per essere additatə con una slur. No, basta esistere. Solo l’esistenza è motivo di aggressione verbale.

Mentre l’insulto è descrittivo di un atteggiamento, le slurs sono simboliche, ovvero sono usate come segno di riconoscimento, in questo caso negativo. Le slurs, lette in queste modo, tendono a giustificare le discriminazioni e le aggressioni nella più totale indifferenza.

Politiche divisive per una slur più potente

*Content Warning – slurs censurate nel testo*
La logica vorrebbe che un insulto sia un insulto, sempre e comunque, ma ci sono certe parole che non dovrebbero essere considerate tali. Fr**io, lesbica, handicappato (più tutti i variopinti esempi di insulti che questa categoria si porta sulle spalle), tr**a e neg*o non sono solo parole. Leggendole il lettore di questo articolo avrà provato dei sentimenti, come io nello scriverle. Il mio, per la cronaca, è nausea.

Ma se scrivo etero o bianco cosa succede, sono insulti per caso? Abbiamo, nella lingua degli insulti, una controparte per le due parole che descrivono la cosiddetta maggioranza della popolazione? Perché per le minoranze esistono e sono: omosessuale, lesbica (ops, è la stessa), persona disabile, donna e nerə (anche se descrivere una persona per il colore della pelle mi sembra follia, dobbiamo riconoscere che il termine oggi ha acquisito una forza di rivendicazione delle proprie origini e della propria cultura che va oltre il colore della pelle).

Chi usa le slurs lo fa non perché vuole usare un lessico discriminatorio, ma perché è una persona discriminatoria. Il branco che attacca con insulti di questo genere ha un obiettivo che non è solo insultare, ma connotare l’altro soggetto in un gruppo, in un target, in una minoranza. Non c’è bisogno di giustificarsi per simile impresa, ci pensa la politica divisoria, discriminatoria e assassina a farlo.

Hate speech and slurs – Photo Credits: web

“Non si può più dire niente!”

Ogni volta che qualcuno dice “Eh, ma non si può più dire niente!” bisogna concentrarsi sui loro occhi. Li vedete piangere e disperarsi? Quello è il pianto dei privilegiati (o presunti tali) che non sanno più come farsi forti davanti alle minoranze che rivendicano potere sulle parole. Sono uomini, donne, bull*, politic*, comic* e personalità pubbliche che si sentono soli senza più un gruppo di odiatori o odiatrici con il quale fare branco. Come animali che perdono l’orientamento e si gettano contro i fari delle auto, così questi soggetti si gettano contro questo “politicamente corretto” che nessuna minoranza ha mai invocato.

Non è “politicamente corretto” evitare di usare la parola con la “f” per descrivere un omosessuale, è educazione. Non è “politicamente corretto” fare battute su un palco senza insultare le minoranze, è rivolgere lo scherno a chi ha potere. Non è “politicamente corretto” inserire più personaggi disabili, queer, grassi, donne in posizioni di potere, è far combaciare la finzione con la realtà, è rappresentazione.

Quindi basta piangersi addosso etero bianc*, è il tempo del cambiamento. Prendi l’onda come un* surfista, perché andare contro corrente, fattelo dire dalle minoranze che lo hanno sempre dovuto fare, è faticoso. Invece di perpetrare intenzionalmente una discriminazione, rompi lo schema.

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Articolo di Giorgia Bonamoneta.

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