La società di riscossione del diritto d’autore Artisti 7607 ha annunciato di aver citato in giudizio la piattaforma di streaming Netflix presso il tribunale civile di Roma, chiedendo «un compenso adeguato e proporzionato come indicato dalla legge». Da otto anni Artisti 7607 è in trattativa con Netflix senza che le due parti abbiano raggiunto un accordo. Secondo Artisti 7607, la piattaforma viola la normativa europea e nazionale sulla proporzione dell’equo compenso, ovvero la parte di diritto d’autore che spetta agli attori per lo sfruttamento delle opere a cui prendono parte. La questione che lamenta Artisti 7607 è la stessa che ha spinto attori e sceneggiatori di Hollywood a scioperare per alcuni mesi l’anno scorso: cioè il fatto che Netflix come altre piattaforme renda noti solo parzialmente i dati di fruizione dei propri contenuti. In coincidenza con lo sciopero degli attori di Hollywood, che si era accavallato a quello degli sceneggiatori, Netflix aveva infine accettato di rendere pubblici i dati sulle riproduzioni di tutti i suoi contenuti, due volte all’anno (il CEO Ted Sarandos aveva negato che questa rinnovata trasparenza dipendesse però dalle proteste). Il problema è che quei dati sono piuttosto sporadici e generici – riportano solo le ore totali per le quali un contenuto è stato visto nei sei mesi precedenti – e non riguardano gli anni passati.
La società di riscossione ritiene quindi che sia sostanzialmente impossibile calcolare se il compenso versato sia davvero “adeguato e proporzionato” allo sfruttamento che è stato fatto delle opere in questione. Ciò che viene versato è a discrezione di Netflix, che sostiene di calcolarlo in base alle effettive ore di visione.
Netflix, in un comunicato, ha detto di aver cercato di raggiungere un accordo con Artisti 7607 senza successo e ha negato di essere in violazione della legge, sostenendo anzi «di aver fornito loro tutte le informazioni previste dalla legge, come riconosciuto dall’AGCOM».
In Italia, come negli Stati Uniti e nel resto del mondo, la maggior parte degli attori non è famosa, e lavora con piccole parti in molte produzioni o in spot pubblicitari, video musicali e altre forme di audiovisivo. Una parte sostanziosa del reddito di questi attori non viene dai singoli ingaggi, necessariamente bassi, ma dal diritto d’autore che possono maturare negli anni dai diversi lavori a cui hanno preso parte, specie quando alcuni di questi sono molto replicati in televisione o molto visti in piattaforma. In precedenza l’equo compenso era calcolato in base alle repliche televisive. Ma ora che andrebbe calcolato sapendo quante volte ogni singolo film o ogni puntata di ogni serie è stata vista, e quindi riprodotta singolarmente sulle varie piattaforme in cui può essere disponibile, le cifre percepite dagli attori si sono molto abbassate.
Perché Netflix è stata denunciata dagli attori italiani
La legge italiana sul diritto d’autore prevede che anche gli attori, oltre agli autori e tutti gli altri artisti che hanno compartecipato alla realizzazione di un film o una serie TV, abbiano diritto ad una percentuale dei profitti derivanti dall’opera, anche dalle visualizzazioni in streaming e la legge prevede che i compensi girati agli artisti siano “adeguati e proporzionati” ai ricavi.
Nel caso dello streaming, però, non ci sono i biglietti come al cinema, né rilevazioni ufficiali come lo “share” dell’Auditel. Per capire quanto ha reso economicamente un film o una serie è fondamentale conteggiare le sue visualizzazioni, ma nessuna piattaforma di streaming comunica questi dati per ogni singolo contenuto.
Di conseguenza Netflix paga i diritti agli artisti senza un reale controllo sulle cifre dovute, cosa che ha portato Artisti 7607 a minacciare, e ora a fare, denuncia al tribunale.





