Tommaso Zanello, in arte Piotta, sta conoscendo da qualche mese grandi soddisfazioni grazie al successo suo ultimo album. Stiamo parlando di Suburra – Final Season, la colonna sonora che il rapper romano ha composto per la terza e ultima stagione della fortunata serie Suburra targata Netflix, conclusasi lo scorso Ottobre. L’ultimo singolo estratto dall’album, È ora di andare, è uscito il 29 gennaio, accompagnato lo stesso giorno dal videoclip ufficiale, in cui compare il cast della serie.
L’artista, come noto ai più, si è affacciato sulle scene circa vent’anni fa col tormentone Supercafone. Da lì, gradualmente la sua strada ha preso tante direzioni diverse, rivelando un personaggio autentico che è sopravvissuto bene al turbinio di fama e trappole che potevano farne una meteora. È schietto, libero da schemi e convenzioni Tommaso. E anche in continua attività, con lo sguardo sempre sul presente e sul futuro, senza troppa nostalgia per il passato. La nostra redazione inseguiva da tempo l’occasione di intervistare Piotta. Siamo quindi lieti di esserci riusciti – è stato uno scambio interessante per la sottoscritta, anche se avvenuto in modo indiretto, tramite mail – e di potervelo raccontare tramite le sue parole.
Piotta, “Nella scena di oggi c’è molta più apertura mentale”
MM: Ciao Tommaso! Innanzitutto grazie per aver accettato di fare questa chiacchierata con noi. È un onore poter intervistare uno dei pionieri dell’hip hop italiano. In quanto tale, la prima cosa che voglio chiederti è cosa ne pensi della scena rap/trap attuale? E come la trovi rispetto a quella di venti anni fa?
P: Il fatto che ci sia una scena così ampia e diversificata mi piace. Quando abbiamo cominciato eravamo in pochi e così legati che come uno usciva dal seminato e sperimentava, magari con successo, rischiava di essere tacciato di tradimento. Due palle. Invece ora questa cosa è impensabile, e c’è molta più apertura mentale. Come contro canto viceversa, il giro si è così allargato che è pieno anche di scarsi che funzionano, di mercenari poco interessati alla musica vera e molto al danaro e ad un esibizionismo ossessivo da influencer. Diciamo che in base a gusti e sensibilità ognuno può trovare e magari supportare ciò che sente più affine a sé stesso.
MM: Ormai da diversi anni sei un artista indipendente, grazie alla tua etichetta La Grande Onda, fondata nel 2004. Qual è la soddisfazione più grande nel mestiere di produttore, di te stesso e di altri?
P: Dal 2004 sono produttore di me stesso, e dato che evidentemente conosco bene questo lavoro, anche di altri artisti. Lo dico perché ci tengo a ribadire che indipendente lo sono sempre stato, riuscendo a fare numeri davvero importanti senza mai firmare direttamente con una major, se non per una mera distribuzione fisica, cosa per altro inevitabile allora per entrare nei negozi di dischi. È uno scontro ideologico oramai superato, ma di importanza vitale negli Anni ‘90. Comunque sì, una gran bella soddisfazione quella di potersi mettere nelle condizioni di fare tutto quello che si vuole, e di pubblicare quando pensi sia davvero giusto farlo, a volte rimandando, a volte anticipando, a volte uscendo proprio a sorpresa.

MM: Nella tua carriera pluriventennale, in più occasioni hai avuto modo di confrontarti con realtà internazionali. Penso all’Urban Festival a Tokyo, al Rock No War a Sarajevo. Al Warped Tour negli Stati Uniti e anche ad alcune collaborazioni con artisti stranieri, come Afrika Bambaataa. L’ultima – ma non meno importante – grande occasione è stata raggiungere oltre centonovanta paesi nel mondo grazie al tuo ultimo album, la colonna sonora che hai composto per la stagione conclusiva di Suburra, uscita lo scorso ottobre. C’è una differenza nel modo in cui viene accolta/recepita la tua musica in Italia e all’estero?
P: Devo dirti che sebbene sia tutto vero quel che dici, i numeri che smuovono all’estero non sono così grandi e costanti da riuscire a delineare una differenza tra Italie ed estero. Quello che ho fuori è un mercato saltuario ed episodico, sia sul fronte live che discografico. Posso però certamente dirti che tutte le volte in cui è successo, me le sono godute appieno, ripensando a quella volta che per scherzo ho cominciato a scrivere un testo sui banchi di scuola del liceo Giulio Cesare.

Piotta, “Il futuro di Roma andrebbe ripensato da zero”
MM: A proposito di Suburra. Ne hai ricevuti moltissimi, ma ci tengo a farti avere anche i miei complimenti, e ovviamente quelli di tutta la redazione. In queste dieci tracce inedite sei riuscito a creare delle atmosfere molto suggestive, che mettono in luce un’abilità compositiva veramente eclettica, non molto comune in un rapper. Quali sono i generi che prediligi, sia da fruitore sia da produttore di musica?
P: Io ho un ascolto duale. Da una parte l’emotività della parola, dall’altro la potenza della ritmica. Da una parte adoro il jazz, il funk, persino la primissima house garage, dall’altra i cantautori, il soul, la musica brasiliana. E nella colonna sonora, al netto delle cose più distanti, ho cercato di fondere assieme tutti i miei ingredienti: rap e melodia, elettronica e acustica, beat moderni e musica popolare.
MM: La tua amata Roma sembra essere una fonte d’ispirazione inesauribile. Quanto e come l’hai vista cambiare dal tuo debutto a oggi?
P: È inevitabilmente cambiata, come il resto del mondo d’altronde, vent’anni sono tanti per tutti, in fondo anche per l’eterna Roma in questi tempi così moderni, pieni di fretta e di rincorse tecnologiche. Ho visto la Roma dei Mondiali dei ‘90, quella altrettanto ricca dell’era veltroniana, tra Auditorium e Festa del Cinema, e anche quella attuale, molto più dimessa, chi dice che sia colpa dell’uno, chi dell’altro, la verità è che navighiamo a vista mentre il futuro della città andrebbe ripensato da zero attorno a una figura carismatica, capace di mettere assieme larghe intese e capitali. Non è difficile, è difficilissimo.

Piotta, “Ci vuole tanto studio e tanta esperienza”
MM: Dichiari spesso che non ti piace piacere a tutti, che non t’importa, perché la troveresti come una finzione. A Dicembre su Spotify hai registrato un milione di stream solo per l’OST di Suburra – gran bella cifra! Quanto peso dai ai numeri, credi che riflettano un dato reale?
P: Sono davvero contento per il milione, calcolando poi che mentre vi scrivo, tra Spotify e portali vari abbiamo superato i 3 milioni di streaming, riuscendo anche nel piccolo miracolo di distribuire un quantitativo di vinili di Suburra all’estero in modalità export. Poi vedo i numeri di alcuni giovanissimi artisti e ti dico che la mia risposta resta valida e attuale. Per molti ma non per tutti, perché in fondo cosa sono oggi 3 milioni di stream in tutto, rispetto ad artisti che ne hanno 3 al mese?

MM: Quando hai esordito, internet era solo agli albori e i social network non esistevano. Alla fine degli anni ’90, hai usato il linguaggio diretto dei classici tormentoni creandoti un personaggio (che non era comunque chiaramente solo una macchietta). Hai rivelato solo in seguito, raggiunta la fama, anche il tuo lato più intimista, riflessivo e socialmente impegnato. Probabilmente fare un’operazione inversa sarebbe stato più complicato per farsi notare. Se dovessi esordire oggi, rifaresti lo stesso percorso? Oppure, dati gli enormi vantaggi che offrono le odierne tecnologie, che potenzialmente ti danno la possibilità di arrivare in tempi più stretti a tutti, punteresti subito a brani che hanno dentro più Tommaso e meno Er Piotta?
P: Devo dirti che non ho applicato alcuna strategia. Io sono tanto posato e riflessivo come persona, che istintivo a livello creativo. A 20 anni mi divertiva scrivere quelle canzoni lì, e di tenere per me quelle più personali. Volgiamo chiamarla timidezza, o forse una maschera che mi permetteva di arrivare a tutti senza mostrare le debolezze di Tommaso. Poi il tempo passa e si cresce, si prende fiducia in sé stessi anche come artisti, e nel pensare che forse anche il lato più umano, semplice e profondo di te possa arrivare a tanti, insieme alla capacità di cantare emozioni così profonde, cosa che agli esordi non sarei mai e poi mai riuscito a cantare come oggi. Ci vuole tanto studio e tanta esperienza, di studio, di palco e di canto.

Piotta, “Per il 2021 ancora non so…”
MM: Puoi raccontarci qualcosa riguardo la musica a cui stai lavorando adesso?
P: L’altra settimana per esempio sto scrivendo e producendo provini in maniera totalmente istintiva, proprio per quella libertà che posso avere, sia in termini lavorativi che creativi. L’altro giorno avevo voglia di ridere, in balia di questo ennesimo lockdown arancione, e con due colleghe abbiamo scritto un pezzo divertentissimo, ma senza pensare a chi lo canterà – che non sarò io – pensando invece a tenere sempre viva la luce sulla composizione come protagonista assoluta. Ieri invece mi sono chiuso in studio con un amico musicista e abbiamo tirato giù due beat pazzeschi super emotivi. Vediamo se e che testi ne usciranno fuori.
MM: Per l’ultima domanda, non posso evitare di far riferimento alla difficile situazione che tutti stiamo ancora vivendo ormai da quasi un anno. Sui social di tanto in tanto hai raccontato come è cambiata la nostra quotidianità, con la tua consueta ironia e franchezza romana. Dunque ti chiedo: quest’ultimo anno ti ha più tolto o dato, artisticamente e umanamente parlando?
P: Quest’ultimo anno è stato così strambo, che per assurdo mi ha più dato che levato, ma credo sia davvero un caso raro. Lo ha fatto umanamente e lavorativamente, appunto con una cosa mai fatta prima, tanto prestigiosa quanto stimolante come una colonna sonora internazionale. Per il 2021 ancora non so, ma nel dubbio mi sto muovendo molto in direzione creatività, così da seminare il più possibile. In fondo, come cantavo in Ciclico tanti anni fa “il dare con l’avere è un ciclo che ritorna, c’è il tempo della semina e quello di raccolta”.
Intervista a cura di Valeria Salamone
Seguici su:
- Metropolitan Music





