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Politically correct: qual è la linea sottile?

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Politically correct di qua, politically correct di là. Lo abbiamo capito (davvero) cosa vuol dire questo fantomatico politically correct? L’espressione – che in italiano traduciamo come politicamente corretto – indica un linguaggio estremamente rispettoso nei confronti del prossimo. O almeno, così viene solitamente raccontato.

Ci sono altre due diverse e opposte definizioni di politically correct: una è la visione critica per la quale è nata, l’altra è l’uso propagandistico e strumentale in mano alle destre.

Le diverse origini e i molti usi del “politically correct

Si parla di politically correct da decenni, quasi un secolo a dire la verità. L’uso che ne facciamo oggi però è molto differente e, anzi, cambia a seconda del contesto. Si dice, per esempio, che il politicamente corretto è un orientamento ideologico e culturale di estremo rispetto verso tutti, oppure che è uno strumento di satira e autocritica interna al movimento femminista.

Oltre la bolla femminista che indaga le parole e il loro uso, il sistema del politicamente corretto non esiste al di fuori della propaganda di destra. Come la cosiddetta “teoria del gender”, così il politically correct è il nemico immaginario che una determinata politica usa ai propri scopi.

Dall’altra parte del politicamente corretto vi è solo il “paradosso che un’affermazione esplicitamente violenza, esplicitamente fascista, razzista, omofoba e sessista […] viene presentata come un’affermazione di libertà“, scrive Valerio Renzi in “Fascismo Mainstream“.

Le critiche a destra e a manca al politicamente corretto

Il filo che lega il politicamente corretto alla propaganda di destra non è poi così tanto sottile, anzi. Un esempio di questo andamento è l’intervento di Matteo Salvini su Virus, programma di Rai 2, nel 2015. Si discuteva della neutralità di genere nella lingua e del progetto della presidente della Camera Laura Boldrini sull’uso del femminile. Salvini commentava così:

… fa tristezza. C’è un progetto, un piano che vuole usare le parole per cambiarci come con l’uso di genitore uno e di genitore due al posto di mamma e papà. […] È il popolo del politicamente corretto, di quelli che dicono che se non sei d’accordo sei di destra, sei fuori, non potrai mai governare.

Quello sul linguaggio, lingua o produzioni artistiche, non è un attacco al linguaggio. Al contrario, il vero obiettivo è colpire il movimento, la lotta sociale e per i diritti al quale parola è associata. Come per “genitore 1 e genitore 2”. Il problema è contare i genitori o l’adozione per le coppie omosessuali? Senza ombra di dubbio la seconda opzione.

Il politicamente scorretto come vessillo di libertà di parola

Da politically correct a politicamente s-corretto il passo è rapido. Quando si individua un nemico, creare la strategia di risposta è semplice. In Italia il promulgatore di oscenità e volgarità che ha permesso il politicamente scorretto è stato Silvio Berlusconi. “Lo sfondamento […] sul linguaggio e il rispetto dei codici istituzionali – scrive Renzi – sono la premessa grazie alla quale le idee dell’estrema destra vengono sversate sul terreno del dibattito pubblico“.

Così il politically correct è un falso problema politicizzato in dittatura del pensiero unico contro libertà di espressione, cioè di insultare. L’uomo bianco che piange l’impossibilità di essere esplicitamente razzista, omofobo, anti-femminista perché qualcuno glielo impedisce. Qualcuno di sinistra ovviamente, qualcuno con il rolex. Qualcuno, in definitiva, lontano dai veri problemi della “brava gente”. È sempre il vecchio motto “noi contro loro”.

Il politically correct come autocritica: cosa vuol dire?

C’è anche un’altra versione del politicamente corretto, quello libero dalla propaganda: l’autocritica. I movimenti femministi si sono sempre interrogati su linguaggi e ruoli. Perché “persone disabili” e non “persone speciali”? Perché “neri” e non “persone di colore”? Il linguaggio, so di ripetermi, è importante.

C’è però qualcosa oltre al linguaggio, ovvero la lotta per i diritti. Natalia Ginzburg in “Non possiamo saperlo” scrisse che le parole erano ormai diventate una forma di perbenismo. Diciamo “non vedente” per dire “ciecə”, ma alla fine “la nostra società non offre ai ciechi e ai sordi nessuna specie di solidarietà o sostegno“. La società ha invece coniato un falso rispetto. Ecco l’autocritica. Il politicamente corretto non può rimanere uno strumento superficiale. Deve passare all’azione.


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Articolo di Giorgia Bonamoneta.

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