C’è un’immagine che attraversa la memoria collettiva italiana come una ferita mai rimarginata: Enzo Tortora in manette, spaesato, inghiottito da un coro di flash e microfoni che sembrano aver già emesso la sentenza prima ancora del tribunale. È da quell’istante sospeso che prende forma Portobello, la nuova serie di Marco Bellocchio, presentata all’82ª Mostra di Venezia e distribuita su HBO Max.

Bellocchio non realizza un semplice racconto giudiziario. Interroga un trauma nazionale. Dopo aver attraversato i nodi irrisolti della storia italiana con Esterno Notte, il regista torna a esplorare un punto di non ritorno: il momento in cui la fiducia nelle istituzioni si incrina e l’opinione pubblica diventa tribunale permanente.

L’inizio dell’incubo giudiziario

La vicenda prende avvio nel 1983, in un’Italia attraversata da tensioni politiche e criminali. L’accusa mossa dal camorrista Giovanni Pandico — figura ambigua, sospesa tra vendetta e opportunismo, interpretato da Lino Musella, straordinario — innesca un meccanismo che travolge tutto. Il nome di Tortora emerge da un errore, da una leggerezza, da un appunto interpretato male. Ma quell’errore, anziché essere corretto, si trasforma in un incubo processuale. La macchina giudiziaria avanza con ostinazione, incapace, o forse non disposta, a fermarsi.

La spettacolarizzazione della colpa

Bellocchio costruisce un racconto su un sistema che si muove per inerzia, che trova nella spettacolarizzazione dell’arresto una forma di legittimazione. La magistratura viene rappresentata come un apparato convinto della propria missione, ma incapace di riconoscere il limite e l’errore. I collaboratori di giustizia sono figure attraversate dalla paura, dal calcolo, dalla necessità di sopravvivere in un equilibrio criminale che si sta sgretolando. Le loro parole diventano moneta di scambio, strumento di protezione, talvolta arma. In questo intreccio di convenienze e fragilità, la responsabilità non si concentra in un solo volto: si diffonde, si stratifica, si disperde tra convinzioni mai davvero messe alla prova e verità accettate prima ancora di essere verificate.

È proprio questa complessità che la serie mette a fuoco: non il gesto isolato, ma la concatenazione. Non il colpevole assoluto, ma il sistema che, nel tentativo di affermare la giustizia, finisce per smarrirne il senso più profondo.

Il ritratto umano di Tortora

ll Tortora interpretato da Fabrizio Gifuni è un uomo di principi solidi, colto, ironico, talvolta spigoloso. Non viene santificato: la serie lo restituisce nella sua ostinazione, nella sua fatica fisica e psicologica ma anche nella sua calma e pazienza. La malattia che lo consumerà aleggia come un’ombra, ma non diventa mai espediente narrativo. Ciò che conta è la battaglia civile, il rifiuto di piegarsi a una colpa che non gli appartiene.

Il contesto storico

Parallelamente, la serie disegna il declino di Raffaele Cutolo e della Nuova Camorra Organizzata, collocando il caso Tortora dentro un quadro storico più ampio. È un’Italia attraversata da paure e tensioni, segnata da tumulti e da scomparse che tappezzano i muri di manifesti — come quelli dedicati a Emanuela Orlandi, che affiorano nelle strade restituendo il clima di quegli anni.

La cronaca privata e quella collettiva si specchiano, mostrando un’Italia smarrita, pronta a credere a tutto, forse troppo in fretta.

Il ritorno in televisione

Portobello va oltre la semplice ricostruzione di un errore giudiziario. Interroga il peso delle parole, la fragilità della reputazione, la rapidità con cui un sospetto può cristallizzarsi in colpa. E mostra anche un’altra verità, più amara: che l’innocenza, quando arriva, non restituisce ciò che è stato sottratto. La sentenza può assolvere, ma non cancella l’umiliazione, l’isolamento, la frattura pubblica e privata che ha già segnato una vita.

Tortora tornerà in televisione il 20 febbraio 1987, pronunciando quella frase rimasta nella memoria collettiva — «Dove eravamo rimasti?» — come un gesto di dignità e di ricomposizione. Ma il dolore, intanto, aveva scavato in profondità. Morirà pochi mesi dopo, lasciando dietro di sé non solo una vicenda giudiziaria, ma una ferita civile.

Una vicenda che interroga il paese

Con questa serie, Bellocchio riafferma la sua capacità di dare forma a un’opera rigorosa e vibrante, che rifiuta ogni consolazione e sceglie piuttosto di riaprire ferite, sollevare dubbi, interrogare le coscienze. E la domanda più inquietante rimane sospesa, ineludibile: può un intero Paese decidere la colpevolezza di un uomo in assenza di prove, trasformando il sospetto in verità?