La crisi che si sta diffondendo a causa del conflitto in Medio Oriente non riguarda solo l’aumento delle bollette, ma la volatilità dei prezzi di gas e petrolio. Una conseguenza che coinvolge tutti indistintamente, fatta eccezione per i Paesi la cui fonte primaria di energia si basa su fonti rinnovabili. Quanto sta accadendo, infatti, non fa che mettere in luce la forte dipendenza ai combustibili fossili. Conseguentemente, in momenti di instabilità come quella attuale evidenziano le conseguenze scaturite da questa sottomissione. Un problema che non accennerà a diminuire fin tanto che i combustibili fossili resteranno la principale fonte di energia.
Dipendenza da combustibili fossili: le conseguenze
Gli attacchi dell’Iran contro le navi commerciali nello Stretto di Hormuz sono uno dei motivi principali che sta portando a un’instabilità dei prezzi. Il passaggio, infatti, rappresenta il transito da qui passa un quinto delle forniture petrolifere mondiali. Le conseguenze sono emerse fin da subito e con l’avanzare dei giorni non fanno che diffondersi. L’abbiamo visto in Bangladesh, con il governo che ha anticipato la festa di fine Ramadan per evitare ingorghi stradali e chiudere con anticipo scuole e università.
Altresì in Pakistan le misure di emergenza hanno previsto la chiusura delle scuole per due settimane e l’ordine per le università di spostare le lezioni online. Ancora, gli uffici pubblici hanno ridotto al settimana lavorativa a quattro giorni. Anche nelle Filippine l’orario di lavoro nel settore pubblico è stato ridotto di un giorno. I Paesi che stanno adottando misure per contenere l’instabilità dei prezzi continuano. In Thailandia, ad esempio, le restrizioni sono state più dettagliate. Dall’usare le scale invece dell’ascensore a impostare l’aria condizionata a 27°. Per le stesse ragioni il Vietnam ha chiesto alle aziende di incoraggiare i dipendenti a lavorare da casa.
È necessario ridurre la dipendenza prima che la situazione peggiori
Oltre le misure adottate dai vari Paesi per non sopperire alle conseguenze della dipendenza da combustibili fossili, le altre conseguenze sono numerose. I viaggi internazionali sono diventati pressocché inaccessibili. Panico generalizzato poi per la corsa ai distributori in tutto il mondo, tant’è che in Australia moltissime stazioni di servizio sono rimaste completamente a secco. Pertanto vari fornitori hanno dovuto impostare il limite massimo per cliente. Tuttavia, questa non è l’unica conseguenza. Sempre in Australia sono stati reintrodotti i carburanti «sporchi» ad alto contenuto di zolfo, una soluzione altamente inquinante.
L’elenco non è finito. Nel Regno Unito i cittadini sono stati invitati a evitare gli spostamenti non necessari. L’Egitto, invece, ha imposto un tetto al prezzo del pane a causa dei timori diffusi per l’inflazione. Il tutto perché l’aumento del carburante potrebbe incidere sui costi del trasporto e della produzione. Tuttavia, come ribadito in più occasioni, l’Unione europea si sta già impegnando a cercare di ridurre la propria dipendenza. Un obiettivo che in precedenza sembrava opzionale, ad oggi è strettamente necessario.
Stefania Cirillo





