A nome di tanti lavoratori il segretario provinciale Fials Marco Trentin spiega la risposta negativa dei lavoratori del Teatro La Fenice di Venezia. L’orchestra del Teatro si oppone alla proposta del Ministero della Cultura (Mic) di registrare il celebre brano per trasmetterlo su RaiUno il 2 giugno, in occasione Festa della Repubblica, per il compenso di 35 euro lordi al giorno. 70 euro per due giorni di lavoro: subito i musicisti si sono ribellati, e da li sono nate le trattative.

Teatro La Fenice, protesta l’orchestra pagata 35 euro lordi al giorno

L’idea era arrivata da Anfols (Associazione Nazionale della Fondazioni lirico sinfoniche), accolta dal Mic. Il programma prevedeva di partire dal teatro di Venezia per registrare ogni anno l’Inno di Mameli nei più celebri teatri d’opera. “Suonare l’Inno d’Italia per la Festa della Repubblica sarebbe di sicuro un onore, ma è altrettanto vero che la Costituzione afferma che la Repubblica è fondata sul lavoro e noi chiediamo una retribuzione conforme alla nostra professione”, ha detto Marco Trentin. Infatti, una volta saputo il compenso, è arrivato il no dei lavoratori dell’orchestra e del coro.

Infatti il ministero avrebbe avuto a disposizione circa ventimila euro, ma i professionisti ne avrebbero chiesti in una prima fase 18mila in più. “Se ci avessero chiesto di suonare l’Inno di Mameli gratuitamente sarebbe stato più dignitoso. Per due giorni di registrazione la proposta iniziale era di 70 euro lordi a persona. Una cifra che ci sembrava sinceramente inammissibile. Capiamo che è l’Inno di Mameli, ma parliamo anche di lavoro”, continua Trentin.

La trattativa tra sindacati e direzione

Scatta così la trattativa tra sindacati e direzione, presieduta dal nuovo soprintendente Nicola Colabianchi. Racconta ancora Trentin: “Avevamo accettato i 70 euro lordi per due giorni però in più abbiamo chiesto il cento per cento di una sola giornata lavorativa per due giorni di attività. Quindi in pratica in totale eravamo arrivati sui 38 mila euro lordi”. La trattativa non va a buon fine e la direzione propone inizialmente di lasciare a casa il coro e di pagare solo l’orchestra. “Non ci sembrava affatto giusto e abbiamo detto di no. Poi ci è arrivata una mail dalla direzione che ci proponeva il prezzo che noi avevamo chiesto, ma per il 50 per cento di orchestra e di coro. La restante metà sarebbe arrivata da Verona”. 

Anche qui manca l’accordo dei sindacati. “Prima di tutto in base a quale criterio si sceglie la metà dell’Orchestra e del Coro? Perché metà deve essere pagata e metà no? Inoltre, se la nostra richiesta era stata accolta con che soldi si sarebbero pagati i colleghi di Verona? Sarebbero venuti gratuitamente? Peggio ancora. Abbiamo detto quindi un’altra volta di no”. Il caso è scoppiato proprio il giorno in cui a Venezia era in visita il capo di Stato Sergio Mattarella. E Trentin ribadisce: “Non abbiamo nulla contro l’Inno e tantomeno contro il Presidente, abbiamo solo chiesto di essere pagati quanto ritenevamo corretto per il nostro lavoro”.

La risposta del Sindaco e del Ministro Giuli

Il sindaco di Venezia Luigi Brugnaro si è detto dispiaciuto per la situazione. “Cercherò di mettere pace e trovare una soluzione perché cerco di capire le ragioni di entrambi. Avevo pensato di utilizzare un pezzettino del mio fondo per mettere quella parte che mancava, perché è anche vero che i lavoratori vogliono essere pagati e il ruolo del sindacato è questo. Devo vedere se le norme mi consentono di mettere i soldi del mio stipendio che oggi ho su un fondo di solidarietà”.

Fa quasi sorridere invece la risposta del Ministro della Cultura Giuli, che esprime perfettamente la concezione -tutta italiana- di quanto valga la cultura in questo Paese. “Ci troviamo di fronte a rivendicazioni quantomeno inappropriate. I sindacati facciano i sindacati. Ma si rendano anche conto che è realmente stupefacente rifiutarsi di intonare l’inno nazionale se non di fronte a una ulteriore elargizione di 45 mila euro, vostri, nostri, contributi pubblici. L’Italia è piena di italiani che pagherebbero per avere l’onore di intonare l’inno d’Italia. È una cosa abbastanza grave”. Con queste parole chi dovrebbe difendere i lavoratori e professionisti della cultura dimostra ancora una volta di sminuire e mettere in cattiva luce chi chiede di essere pagato per il proprio lavoro.

Marianna Soru

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