Con la scomparsa di Giorgio Armani se ne va un pezzo di storia della moda italiana. Stilista eccelso, re dello stile, ma soprattutto grande imprenditore. In molti si chiedono che fine farà ora il patrimonio del Re, stimato a 13 miliardi di euro, con un’espansione mondiale e su tantissimi tipi di prodotti, non solo abiti. Cosa ne sarà dunque ora dell’eredità di Armani?

Eredità Armani: 13 miliardi di euro in successione

Sappiamo infatti che nei prossimi giorni verrà aperto il testamento lasciato dallo stilista piacentino, milanese di adozione, probabilmente dopo i funerali. Lunedì, tra l’altro è stata proclamata una giornata di lutto cittadino sia a Milano, che a Piacenza. Ad ora, gli eredi più vicini sono la sorella Rosanna, i nipoti Silvana e Roberta, il nipote Andrea Camerana e il suo storico braccio destro Pantaleo Dell’Orco. Ma niente di certo, poiché a rendere tutto chiaro ed ufficiale sarà il testamento.

Probabilmente per tutelarsi, nel 2016 Armani aveva istituito la Fondazione Giorgio Armani. Lo scopo era quello di “salvaguardare la governance e garantire la stabilità del gruppo nel tempo”. La fondazione nasce infatti per evitare divisioni tra gli eredi e possibili acquisizioni esterne. Dichiarò al Corriere, infatti, che si trattava di “Un meccanismo necessario per evitare che il gruppo venga smembrato o venduto”. La fondazione è ad oggi titolare di una quota simbolica dello 0,1%, e dovrebbe acquisire una partecipazione più consistente insieme agli eredi. Armani aveva poi nominato alla guida della Fondazione tre persone di fiducia.

Come funziona la divisione societaria?

 Armani aveva anche stilato un nuovo statuto da introdurre dopo la sua scomparsa. Il documento stabilisce regole di governance e distingue diverse categorie di azioni con differenti diritti di voto. Questo stabilisce un “approccio prudente alle acquisizioni”. Parla anche di una futura quotazione in Borsa, solo con l’approvazione della maggioranza degli amministratori e non prima di cinque anni. Inoltre esiste uno statuto societario che suddivide il capitale sociale in diverse categorie di azioni con diritti di voto differenti. Il piano prevede la suddivisione delle azioni tra soci ‘forti’ A e F (ad esempio, le azioni A danno diritto a 1,33 voti ciascuna e le azioni F danno 3 voti) e altri soci. Questo garantisce al contempo che il 50% degli utili netti venga distribuito agli azionisti.

Marianna Soru