Se è vero il detto “chi è stanco di Londra è stanco della vita, perché c’è a Londra tutto ciò che la vita può permettersi”; si potrebbe rilanciare il detto sostituendo Londra con Resurrection. Il film di cui parliamo in questo articolo è uno dei film più anarchici e complessi di questo decennio, ed è davvero tutto ciò che la settima arte è in grado di sfoderare. Colori, inquadrature, carrellate, personaggi, incastri narrativi escatologici, metacinema, tutto in un unico film. Non è importante che sia compreso al dettaglio, ma che si esperisca tutto come un’esperienza, sì. Un’esperienza da grande schermo, una di quelle difficili da dimenticare.
Il successo di un’opera visionaria
Figlio della mente geniale di Bi Gan, regista e sceneggiatore di Resurrection, il film ha concorso all’ultimo Festival di Cannes, dove ha vinto il Premio Speciale della Giuria per la sua audacia visiva e narrativa. Arriva per la prima volta in Italia presentato in anteprima al Torino FF 2025 e al FanHua Chinese Film Festival. Arriva finalmente nei cinema italiani dal 23 aprile. L’opera mastodontica e visionaria porta ancora un pò più in alto il nome del regista, Bi Gan, già celebrato per film come Kaili Blues e Un lungo viaggio nella notte.
La sinossi ufficiale
In un tempo imprecisato, l’umanità ha scoperto che rinunciare ai sogni significa vivere per sempre. Ma esistono ancora individui che continuano a sognare: sono i Fantasmers, che, consumando lentamente la propria vita, acquisiscono la capacità di viaggiare attraverso il tempo e le visioni. Quando uno di loro viene trovato in una fumeria d’oppio da una misteriosa ragazza, viene riportato in vita attraverso un gesto straordinario: una pellicola cinematografica viene innestata nel suo corpo. Da quel momento, la creatura attraverserà epoche e identità diverse, vivendo molte vite fino alla fine del mondo — e forse fino alla fine del cinema stesso.
Ipnosi e misticismo
Se è vero che il cinema fa vivere tante vite Bi Gan ha voluto metterlo in pratica. Una storia che trova il suo baricentro solo nella prima e nell’ultima sequenza con una cornice razionale che vede protagonista questo mostruoso e al tempo stesso delicatisismo Fantasmers, mentre il resto scivola nella spirale del tempo. Non c’è linearità, non esiste spazio che non si faccia contorto, non esiste realtà che non divenga anche arte performativa, spettacolo visivo, trasposizione mentale. Un film senza confini per liberarci dell’involucro opprimente della logica. Solo così, sposando quasi quel misticismo dantesco che fa approdare al Paradiso, anche a noi è concesso di farci anime e non più corpi. Ecco perchè non si può giudicare questo film senza spogliarci prima delle sovrastrutture narrative e mentali a cui siamo abituati.
La musica, composta da M83 M83 cerca di fluidificare le storie che si succedono senza spiegazione, e così il montaggio, che con ipnotiche carrellate e magici piani sequenza ci porta lentamente a fare della visione un’esperienza extrasensoriale. Il regista ci ha preparati a tutto questo già con quel piano sequenza di un’ora nel suo precedente Long Day’s Journey Into Night, ma adesso il salto è multiplo. Un film più facile da vedere che da raccontare, come il cinema stesso è, nella sua consustanziale essenza.
Imparagonabile ma vagamente approssimabile alle lezioni di Tim Burton e Andrej Tarkovskij, Resurrection coniuga fantascienza, gotico, noir ed espressionismo, per non lasciare niente in sospeso, per far esprimere il cinema in tutte le sue epoche ed essenze.
Prodotto da I Wonder Pictures, e al cinema dal 23 aprile, Resurrection promette e disillude, attorciglia e poi sfila, come una delle parche della nostra vita, in una mitologica e surreale esperienza che ci ricorda cosa è in grado di fare il cinema, se lasciato libero.
Doriana Gatta





