Cultura

La Parigi di Robert Doisneau a Bologna

A Bologna, presso Palazzo Pallavicini è visibile fino al 21 giugno la mostra dedicata all’opera di Robert Doisneau (1912-1994). Quasi 150 fotografie della Parigi inosservata nel suo vivere quotidiano, che provengono dall’Atelier Robert Doisneau, istituito dalle figlie del fotografo, Francine Deroudille e Annette Doisneau che ne hanno selezionato le opere.

Robert Doisneau

Probabilmente l’autore più poetico della street photography, Doisneau vive quasi per intero il secolo passato. Diplomato in incisione e litografia, la sua passione per la fotografia nasce quando ha solo sedici anni e non lo abbandonerà più. È nel 1934 che inizia a lavorare come fotografo pubblicitario per la Renault, lavoro che conserva per cinque anni, fino a che i suoi costanti ritardi ne decretano il licenziamento. Anch’egli, sopraggiunta la guerra, viene chiamato al fronte, come soldato e come fotografo. Nel 1940 lascia l’esercito ed inizia il suo attivismo nella Resistenza francese, falsificando documenti e passaporti. Il suo lavoro continua prima come freelance, poi in differenti agenzie fotografiche, per approdare infine a Vogue.

Ma il mondo della moda, dei lustrini, di bagliori e luccichii non lo soddisfa. Egli osserva dal suo obiettivo la città che cambia e muta forma e ne ritrae scorci di una vita quotidiana, non per forza strabiliante. Nella semplicità delle vetrine delle botteghe, delle campagne francesi, dei giochi dei bambini nelle strade, Doisneau riesce a costruire immagini che provengono direttamente dal sogno. La sua Parigi non è quella reale, piuttosto un miraggio, una Parigi costruita direttamente sulle tracce dei propri desideri.

La mostra

Più di sessanta anni di lavoro dell’artista vengono riproposti sulle pareti del quattrocentesco Palazzo Pallavicini. L’esposizione li ripercorre teneramente, con l’attenzione particolare di chi con quelle immagini è cresciuto; chi ha visto la fotografia padroneggiare nella propria casa. Ed è proprio così che descrivono il loro mondo famigliare le figlie dell’autore. Un mondo in cui regnava la fotografia.

A dimostrazione di ciò, le cartoline d’auguri che ogni anno Robert Doisneau predisponeva utilizzando tutte le tecniche di manipolazione fotografica che sperimentava. Insieme a queste, una selezione delle maggiori serie del suo lavoro: la città, le feste dell’alta società, le botteghe, la vita di strada ed infine i ritratti, così puri e profondi da rendere inevitabile il caderci dentro.

Si chiama aura quella specie di tubo al neon che si accende intorno a certe persone, isolandole per un breve momento. «La prego, ferma così, non si muova, poi le spiego». Doveva rendersi conto dell’effetto prodotto perché, senza neanche alzare gli occhi, mantenne quell’atteggiamento di ostinata modestia che tanto le donava. Sperava in un ballerino, e invece le è capitato un fotografo. E da quel giorno del 1951, Anita non si è più mossa.

Lo sguardo emozionale

Sono le parole della figlia, Annette, che dal 1979 fino alla sua morte sarà la sua assistente, ad accompagnare il percorso di visita. D’altronde la mostra è il risultato di un lavoro di catalogazione e selezione che, assieme alla sorella Francine, ha portato avanti dal 1986. Così in chiusura ci spiega come vede il lavoro del padre, alla luce di tanti anni di lavoro insieme:

L’ho sempre visto così preoccupato di offrirci un’immagine sopportabile di noi stessi, felice di regalarci un momento di grazia e di amicizia, che non posso fare a meno, guardando queste immagini che abbiamo selezionato per voi, di ascoltarlo mentre ci dice, usando le parole del suo amico Jacques Prévert: «dovremmo cercare di essere felici, se non altro per dare l’esempio».

E non so se sia la lunga amicizia con Prévert ad aver donato tanta poesia al fotografo, o se sia la poesia ad avere unito anime così affini, resta il fatto che la mostra diviene un viaggio dentro un mondo costellato di una onirica realtà.

Laura Piro

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