Cinema

“RoboCop”, su Prime Video il classico action: la recensione

Dal primo aprile entra a far parte del catalogo Prime Video “RoboCop” di Paul Verhoeven, uno dei massimi esponenti del cinema action. Un’occasione imperdibile per gli spettatori alla prima visione e per coloro che desiderino riscoprire questa pellicola cult del 1987 capace di trascendere la funzione di puro intrattenimento con una brillante miscela di fantascienza, azione e satira socio-politica.

Ideata da Edward Neumeier (“Starship Troopers – Fanteria dello spazio”) mentre lavorava sul set di “Blade Runner”, la sceneggiatura di “RoboCop” è stata stesa a quattro mani assieme a Michael Miner. A causa del titolo, il progetto non ha avuto vita facile nella ricerca di un attore principale e di un regista. Lo stesso Verhoeven (“Atto di forza”) negò due volte la propria collaborazione, fino a quando la moglie, intuendo il potenziale della storia, non lo convinse ad accettare. Contro ogni aspettativa, il prodotto finale si rivelò un sorprendente successo di pubblico e critica, quest’ultima conquistata dai messaggi insiti nel sottotesto.

“RoboCop”: trama e caratteristiche generali

In un futuro distopico non troppo lontano, la potente multinazionale OCP ha privatizzato le forze di polizia di Detroit, e si accinge ad espandere il proprio impero nella parte vecchia della città con l’edificazione dell’avveniristica Delta City. Al fine di eradicare la criminalità endemica che ostacola tali piani, la OCP utilizza il corpo martoriato di Alex Murphy (Peter Weller, “Il pasto nudo”), agente caduto in servizio, per creare un inarrestabile cyborg poliziotto.

La trama si muove sui binari di una tradizionale struttura in tre atti, evitando tuttavia il rischio di risultare banale o scontata grazie ai multipli livelli di lettura e alla vena di humor nero che permea la narrazione. Il montaggio serrato – valso l’Oscar a Stephen Hunter Flick e John Pospisil – scandisce il ritmo compatto di un’azione senza respiro, associata ad una violenza grafica al limite dell’esasperazione, che spinge l’opera di Verhoeven nel territorio del cinecomic consapevole. Il tutto inquadrato nell’estetica inconfondibile del cinema sci-fi dell’epoca, coi suoi effetti speciali artigianali e il fascino retro del futuro immaginato dagli anni ‘80.

Nancy Allen e Peter Weller in "RoboCop", su Prime Video dal primo aprile - Photo Credits: Metro-Goldwyn-Mayer Studios Inc.
Nancy Allen e Peter Weller in “RoboCop”, su Prime Video dal primo aprile – Photo Credits: Metro-Goldwyn-Mayer Studios Inc.

Non soltanto sparatorie, esplosioni e inseguimenti

Lo sceneggiatore Miner identificava nelle corporazioni americane e nella politica pro business del presidente Reagan la causa primaria del degrado di Detroit. La privatizzazione dei servizi pubblici, la gentrificazione, l’istigazione al consumismo sfrenato, sono alcuni dei temi in cui si manifesta l’attacco di Miner ad un sistema corporativo cinico e corrotto, disposto a sacrificare i diritti individuali sull’altare del profitto ad ogni costo. Un sistema che in “RoboCop” è incarnato dalla OCP, la cui facciata di rispettabilità cela un marciume non troppo differente da quello della criminalità dei bassifondi.

Non ci è dato sapere granché sul protagonista Alex Murphy, prima che egli venga fagocitato dagli ingranaggi di un meccanismo privo di scrupoli, che guarda all’uomo comune in termini biecamente utilitaristici. Nel momento in cui riemerge dalla sua trasformazione, resuscitato a vita artificiale come un mostro di Frankenstein ipertecnologico, Murphy è stato privato di ogni traccia della propria identità, dal senso dell’umorismo agli affetti famigliari, per diventare uno strumento di “giustizia” istantanea priva di vie di mezzo (“Vivo o morto, tu verrai con me” recita il suo memorabile motto). Ciò che rimane sono sprazzi di confusi ricordi della sua esistenza precedente, e l’impulso a recuperare il sé perduto, vero filo conduttore della vicenda.

Nel mirino della satira caustica di Verhoeven finiscono anche il cieco autoritarismo e il machismo violento che considerano il ricorso immediato alla forza bruta la miglior soluzione a qualunque problema. Per quanto “RoboCop” possa apparire in superficie come una glorificazione di questa mentalità, non è difficile scorgere, ad uno sguardo più attento, la componente altamente parodistica della figura di un automa ambulante che distribuisce con altrettanta facilità pallottole e battute “cringe”. Strumento involontario di un’autorità deviata e di ideali distorti, è recuperando la propria umanità che RoboCop diviene un eroe.

Sergio Rosi

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