Attualità

È morta Rossana Rossanda, fondatrice del manifesto

E’ morta nella notte a Roma Rossana Rossanda. Giornalista e scrittrice, tra le intellettuali più autorevoli del Paese, è stata memoria storica dell’Italia del Dopoguerra. Nata a Pola nel 1924, allieva di Antonio Banfi, antifascista, ha partecipato alla Resistenza.È stata dirigente del Partito Comunista Italiano negli anni Cinquanta e Sessanta, fino ad essere nominata da Palmiro Togliatti responsabile della politica culturale del Pci.

L’esigenza di elaborare la crisi del socialismo reale, sull’onda dei movimenti studentesco e operaio, la conduce a fondare nel 1969 il gruppo politico e la rivista “il Manifesto”, quotidiano dal ’71, insieme a Luigi Pintor, Valentino Parlato, Lucio Magri e Luciana Castellina (lascerà nel 2012 per discrepanze con l’allora nuova direzione che in una lettera accuserà di «indisponibilità al dialogo»). Le posizioni assunte dal giornale in contrasto con la linea maggioritaria del Partito, in particolare sull’invasione sovietica della Cecoslovacchia, nel 1969 determinano la radiazione della Rossanda e di altri del gruppo dal Pci. 

Tra le tante definizioni possibili di Rossana Rossanda, l’interessata ha scelto per se stessa quella di «ragazza del secolo scorso» quando si è trattato di raccontare la sua vita, «la politica come educazione sentimentale». E proprio La ragazza del secolo scorso volle intitolare la sua autobiografia pubblicata da Einaudi nel 2005. «Questo non è un libro di storia. È quel che mi rimanda la memoria quando colgo lo sguardo dubbioso di chi mi è attorno: perché sei stata comunista? perché dici di esserlo? che intendi? senza un partito, senza cariche, accanto a un giornale che non è più tuo? è una illusione cui ti aggrappi, per ostinazione, per ossificazione? Ogni tanto qualcuno mi ferma con gentilezza: “Lei è stata un mito!” Ma chi vuol essere un mito? Non io. I miti sono una proiezione altrui, io non c’entro – scriveva Rossanda – Mi imbarazza. Non sono onorevolmente inchiodata in una lapide, fuori del mondo e del tempo. Resto alle prese con tutti e due. Ma la domanda mi interpella». La vicenda del comunismo e dei comunisti del Novecento, ammetteva Rossanda, è «finita così malamente che è impossibile non porsela». Che è stato essere un comunista in Italia dal 1943? Comunista come membro di un partito, non solo come un momento di coscienza interiore con il quale si può sempre cavarsela: «In questo o in quello non c’entro». «Comincio dall’interrogare me. Senza consultare né libri né documenti ma non senza dubbi», argomentava Rossanda. «Dopo oltre mezzo secolo attraversato correndo, inciampando, ricominciando a correre con qualche livido in più, la memoria è reumatica – confessava la giornalista – Non l’ho coltivata, ne conosco l’indulgenza e le trappole. Anche quelle di darle una forma. Ma memoria e forma sono anch’esse un fatto tra i fatti. Né meno né più».

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