Siamo abituati a pensare al turismo come a una risorsa inesauribile, un’industria capace di sostenere intere nazioni grazie alla sola bellezza del territorio. Ma cosa succede quando quella bellezza diventa l’unico pilastro di un’economia? Potrebbe sembrare improbabile: un intero flusso di persone che per lungo tempo hanno sostenuto un Paese, improvvisamente può spegnersi? In realtà, è più fragile di quanto si possa pensare. È sufficiente un evento imprevisto, come una crisi geopolitica o una pandemia, e l’intero sistema crolla. Ciò che ne rimane, in genere, è la prova tangibile di un fallimento economico. Il caso che coinvolge l’isola di Saipan, nelle Marianne Settentrionali, ne è l’esempio lampante.

Il rischio di basare la propria economia sul turismo

Saipan - Photo Credits Nicolò Balini
Saipan – Photo Credits Nicolò Balini

Un tempo Saipan non viveva solo di spiagge e acque cristalline. Il territorio ridotto (circa 115 km² totali), non ha permesso all’isola di poter essere autonoma attraverso la coltivazione. Però, grazie a un particolare status politico con gli Stati Uniti, l’isola era diventata un luogo importante per l’industria tessile. I capi prodotti vantavano l’etichetta “Made in USA”, pur mantenendo costi di produzione bassissimi. Come riportato da Vita, “se un gruppo di associazioni non profit americane impegnate nel campo dei diritti umani e nella difesa dei consumatori non avesse raccolto migliaia di testimonianze e denunce depositate a gennaio davanti alla giustizia americana” lo sfruttamento sarebbe continuato indisturbato. Solo allora, gradualmente, le fabbriche hanno iniziato a chiudere, lasciando lo scheletro di edifici abbandonati. Il crollo del settore tessile ha causato gravi mancanze di reddito alla popolazione, obbligando l’isola a puntare esclusivamente sul turismo.

Saipan ha cercato di colmare il vuoto lasciato dalle fabbriche con resort e casinò di lusso. Quei colossi mastodontici sembrano cozzare con l’aspetto dell’isola e gli edifici fatiscenti che ne contornano l’aspetto. I resort, così come i casinò, sono pensati per attirare grandi flussi capitali provenienti da Cina e Corea del Sud. Tuttavia, questo pilastro si è rivelato più fragile del precedente. L’arrivo della pandemia ha bloccato l’unica entrata economica sostanziosa per il Paese. Oggi, camminando per le strade dell’isola, si è circondati da ammassi di cemento incompiuti o abbandonati. Le stesse strutture che un tempo avrebbero dovuto ospitare migliaia di persone, ora sono mangiate dal tempo e dalla vegetazione. Uno scenario che ricorda il set di The Last Of Us: la natura che in pochi anni rivendica il suo spazio, una visione che nel video di Nicolò Balini appare surreale. Il turismo ormai non è più un flusso vitale, bensì una presenza incostante che anima solo pochi resort.

Un paradiso senza futuro

La paralisi economica, prima industriale e successivamente turistica, ha causato un problema significativo all’isola: lo spopolamento. Senza sostanziose fonti di reddito, sempre più giovani scelgono di abbandonare Saipan, anche grazie alla cittadinanza americana. La popolazione, infatti, può scegliere se emigrare verso Guam, le Hawaii o il continente americano. Il territorio, pur rivendicando un’innegabile bellezza, sta diventando sempre più vuota, priva di futuro. Ciò che è accaduto a Saipan è la dimostrazione di quanto possa essere pericoloso affidare al turismo la sopravvivenza di un intero popolo.

Stefania Cirillo