Sono scattate le sanzioni Onu all’Iran, a dieci anni dall’accordo sul nucleare del 2015, voluto fortemente da Barack Obama e cancellato da Donald Trump, che aveva allentato la stretta sul regime di Teheran. Falliti i negoziati degli ultimi mesi, nonostante gli sforzi diplomatici di Usa ed Europa, le severe misure restrittive sono rientrate in vigore
Si tratta di sanzioni pesanti, che riguardano in particolare il commercio di armi e le attività legate al programma nucleare. In una nota congiunta, Francia, Regno Unito e Germania hanno lanciato un appello a Teheran: «La reintroduzione delle sanzioni Onu non significa la fine della diplomazia. Esortiamo l’Iran a evitare qualsiasi escalation e a tornare a rispettare gli obblighi di salvaguardia giuridicamente vincolanti». Il rischio, ora, è quello di un nuovo innalzamento della tensione in Medio Oriente, in un contesto già segnato dalla guerra a Gaza e dall’instabilità nella regione del Golfo. L’Europa prova a tenere aperto uno spiraglio, ma l’Iran ha finora respinto ogni pressione, insistendo sul carattere pacifico del proprio programma nucleare.
La risoluzione, presentata da Mosca e Pechino, che sono i più stretti alleati dell’Iran tra i 15 membri del Consiglio, non è riuscita a raccogliere il sostegno dei nove Paesi necessari per fermare la serie di sanzioni programmate dall’Onu, previste per sabato. La votazione si è conclusa con quattro voti a favore della risoluzione, nove voti contrari e due astensioni.
Di tutta risposta, sabato Teheran ha richiamato i propri ambasciatori in Francia, Germania e Regno Unito. I tre Paesi avevano promosso quelle che i diplomatici definiscono sanzioni “snapback” contro l’Iran per la sua mancata collaborazione con l’Agenzia internazionale per l’energia atomica e per non aver avviato colloqui diretti con gli Stati Uniti.
Parlando al Young Journalists Club, affiliato alla televisione di Stato iraniana, il deputato Ismail Kowsari ha affermato che il Parlamento discuterà la possibilità di ritirarsi dal trattato nucleare.





