USA, Iran e nucleare? Donald Trump annuncia tavoli di pace, Teheran replica che non esiste neanche un piano. Sullo sfondo, un round di negoziati saltato, siti nucleari bombardati e 400 kg di uranio che si spostano o forse no, a seconda di chi urla più forte.

Il 26 giugno, il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi ha spento l’entusiasmo del tycoon tornato a promettere accordi sul nucleare, chiarendo che non c’è alcuna base concreta per riprendere i colloqui interrotti da un attacco israeliano che ha fatto saltare il round del 15 giugno, previsto a Muscat sotto la mediazione dell’Oman.

Verità di comodo e uranio nel sottosuolo

Teheran ribadisce di volere un programma nucleare civile e di non puntare all’atomica, ma intanto ammette, per bocca dello stesso Araghchi, che i raid USA pro Israele hanno danneggiato strutture “in modo significativo”. L’Ayatollah Khamenei, nel suo primo discorso post-guerra, minimizza:

La Repubblica Islamica ha vinto. L’America non ha guadagnato nulla.

Trump, dal canto suo, sulla sua piattaforma Truth Social racconta un’altra storia:

Hanno spostato tutto? No, troppo complicato, troppo pericoloso.

E invece, secondo la CNN, l’Iran avrebbe anticipato gli attacchi e messo al sicuro l’uranio arricchito fino al 60%, praticamente a un passo dal livello per la bomba.

Il documento USA trapelato parla di tunnel sigillati ma di siti nucleari ancora intatti. La Casa Bianca prova a dire che è “completamente errato”. Più o meno come i tweet di Trump.

USA-IRAN, nucleare: il vecchio accordo e il nuovo teatrino

Il vecchio accordo del 2015, quello che avrebbe dovuto imbrigliare Teheran in cambio dello stop alle sanzioni, è morto e sepolto dal 2018, quando proprio Trump scelse la linea dura e uscì di colpo dal tavolo, riaprendo la corsa all’arricchimento. Oggi, a distanza di raid, smentite, droni e missili, gli Stati Uniti provano a vendere l’idea che tutto si possa ricucire con una firma e due strette di mano. L’Iran, intanto, rilancia la richiesta di risarcimento per i danni subiti e, tra una minaccia e un comunicato, tiene il piede nel reattore e l’altro nel bazar diplomatico.

Così va la diplomazia made in Trump: annuncia accordi per fermare un programma che lui stesso ha risvegliato, mentre da Teheran a Washington si tirano missili e versioni contrastanti. Il nucleare iraniano resta dove sta: sotto terra, dietro porte sigillate e dentro un dossier che tutti dicono di controllare, ma nessuno vuole davvero chiudere. E se nel frattempo la guerra resta un affare a cielo aperto, a qualcuno conviene sempre che il bottone rosso resti a portata di mano. Ma tranquilli: “Parleremo con l’Iran la prossima settimana…” Sì, come no.

Maria Paola Pizzonia