Cultura

Oggi niente scuola: il Museo storico della didattica

A Roma, il museo storico della didattica ci mostra il progresso o il regresso (a seconda dei pareri) dei metodi educativi nella Scuola Italiana. Un museo per ricordare che il futuro della società é sempre nell’educazione.

Una scuola elementare (foto dal web). Museo storico della didattica
Scuola elementare (foto dal web)

Ho scelto proprio oggi, giornata della simulazione della seconda prova dell’Esame di Maturità, per parlarvi di un museo molto particolare: il museo storico della didattica.

La nascita del museo

Nel 1874, Ruggero Bonghi (il ministro dell’istruzione) decise di creare una mostra permanente per promuovere l’istruzione nel neonato regno d’Italia.  La sede, simbolo della trionfante laicità del regno, era il Liceo Ennio Quirino Visconti (ex roccaforte dell’educazione gesuitica ).

La mostra permanente divenne con gli anni un vero e proprio museo. Non immaginiamocelo però come un luogo polveroso e dimenticato; Il museo di Bonghi aveva un ruolo attivo nella formazione degli insegnanti con la sua biblioteca e la pubblicazione di un mensile: il giornale del Museo di Istruzione ed educazione che raccoglieva:

“Tutte le notizie ragionate sul materiale scolastico, dall’edifizio al banco di scuola, dal planetario all’alfabetiere; sul valore di fatto, gli avvenimenti ei sussidi, la ripartizione i metodi e le riforme più spedienti e raccomandabili, in una parola su tutti quei problemi pedagogici e didattici della scuola primaria e secondaria, normale, classica e tecnica, nei quali si esercita l’opera dei maestri più eruditi, assennati ed operosi di ogni nazione” .

Dal sito del museo storico della didattica

Il primo nucleo del museo restò in funzione fino al 1881.

Alfabetiere usato nelle scuole elementari (foto dal web). Museo Storico della didattica
Alfabetiere usato nelle scuole elementari (foto dal web)

Il secondo tempo

Nel 1906, il museo risorge dalla sue ceneri grazie all’opera di Luigi Credaro, preside della Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università degli studi “La Sapienza”, che fonda il nuovo Museo Pedagogico volto a recuperare il precedente Museo d’istruzione e di educazione.

L’entusiasmo di Credaro che vedeva nel museo un’opera fondamentale per lo sviluppo degli insegnanti e della scuola italiana fu presto interrotto con la Riforma della Scuola del 1923 che abolì le Scuole pedagogiche.

Le poche testimonianze rimaste del museo furono trasferite presso l’Istituto Superiore di Magistero femminile. Nel 1936, Giuseppe Lombardo Radice, ricreò l’Istituto di Pedagogia della Facoltà di Magistero e cercò di ricostruire il Museo.

Sfortunatamente le vicende belliche preclusero uno sviluppo positivo dell’operato di Radice.

La rinascita del museo

Solamente nel 1986 ciò che rimaneva dei due musei viene salvato da Mauro Laeng che fonda il “Museo Storico della Didattica”. Il museo istituito presso l’allora Facoltà di Magistero dell’Università degli Studi “La Sapienza” passa nel 1996 alla Facoltà di Scienze della Formazione dell’Università degli Studi Roma Tre.

Un vecchio atlante (foto dal web). Museo storico della didattica
L’atlante (foto dal web)

Il museo é ormai divenuto un luogo della memoria con una collezione eterogenea, che spazia dall’importante archivio, alla grande biblioteca fino alla raccolta di oggetti e mobili della didattica dai primi del novecento a quelli della Scuola Montessori. Di notevole interesse la sezione sulla storia dell’informatica didattica.

Una sala del museo storico della didattica (foto dal web)
Una sala del museo storico della didattica (foto dal web)

Il museo storico della didattica, attualmente diretto da Lorenzo Cantatore, inoltre, é luogo di grandi mostre in collaborazione con vari Enti ed istituzioni, dal MIUR al Comune di Roma.

Suggerisco la visita di questo museo a tutti i nostalgici che ricordano come un’arcadia personale la propria scuola sia a tutti i campioni di assenze così che possano vedere cosa si sono persi.

Vi segnalo il sito del museo (qui il link) e, se siete interessati ai piccoli musei che raccontano le nostre storie, il link dell’articolo di #hiddenplaces sul piccolo museo del diario (qui il link).

Martina Antonini

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