Il percorso europeo della Serbia va avanti da vent’anni, ma tra l’ombra del Kosovo, la dipendenza energetica dalla Russia e la diffidenza dei vicini, l’ingresso nell’UE rischia di restare sulla carta fino al 2030 — se non oltre.

L’Unione Europea guarda ai Balcani come a un cantiere permanente. La Serbia, che dal 2001 sogna l’adesione, è diventata l’emblema di un’integrazione promessa e mai mantenuta: un processo bloccato tra vecchie ferite e nuovi interessi geopolitici.

Belgrado ha formalmente avviato il suo percorso europeo più di vent’anni fa, subito dopo la caduta di Slobodan Milošević, ma da allora ogni passo avanti è stato compensato da due indietro. Oggi, secondo gli analisti, l’ingresso non arriverà prima del 2030 — e anche quella è una data ottimista.

Il nodo che non si scioglie: il Kosovo

Al centro del blocco c’è sempre lui: il Kosovo, la ferita aperta del nazionalismo serbo. Belgrado continua a non riconoscere l’indipendenza di Pristina, proclamata nel 2008, e quella posizione basta a congelare tutto. Per l’Unione, il riconoscimento del Kosovo è una condizione implicita di adesione; per la Serbia, è un tabù politico.

Così, ogni negoziato con Bruxelles resta sospeso tra realpolitik e memoria di guerra, mentre la popolazione (un tempo entusiasta) si allontana dall’idea europea. All’inizio degli anni Duemila, oltre il 70% dei serbi era favorevole all’ingresso nell’Ue. Oggi non arriva al 40%.

Tra Mosca e Bruxelles: la doppia fedeltà

A rendere il quadro più complesso c’è la dipendenza energetica dalla Russia. Belgrado, pur formalmente candidata all’Unione, resta legata a Mosca per gas e petrolio. E finché non si libera da quella dipendenza, il cosiddetto “allineamento con la politica estera europea” (oggi fermo al 61%) resterà solo un dato tecnico.

La Serbia gioca su due tavoli: con Bruxelles parla di riforme e modernizzazione; con Mosca di sicurezza e identità. È la strategia del doppio binario, che le consente di ottenere fondi europei senza rompere del tutto con l’orbita russa. Ma a lungo andare, nessuno dei due lati si fida.

La questione della Serbia, in un UE che non sa più includere

Intanto, anche l’Unione è in crisi di fiducia. Da Bruxelles arrivano ipotesi di “adesione parziale”, una formula ambigua che permetterebbe ai nuovi membri di entrare senza pieni diritti di voto. Un modo per tenere i Balcani in attesa, ma dentro un sistema che li controlla.
Un’idea che i leader regionali (dal Montenegro alla Croazia) hanno già definito per quello che è: una forma di membership di serie B.

La Croazia, a sua volta, frena l’allargamento per timore che la Serbia ne esca rafforzata. La Slovenia aveva già fatto lo stesso con la Croazia, e la Bulgaria con la Macedonia del Nord. Nei Balcani l’adesione diventa così una catena di veti incrociati, un gioco infinito di rivalità storiche e interessi economici.

La Serbia e l’UE dei doppi standard

Mentre il Montenegro e l’Albania ricevono i sorrisi di Bruxelles, Belgrado resta il sorvegliato speciale. Eppure, dietro la retorica del “percorso europeo”, si nasconde la solita doppia morale: un’Unione che predica inclusione ma pratica esclusione selettiva, soprattutto quando si tratta di paesi a forte identità slava o legati energeticamente alla Russia.

L’adesione della Serbia non è solo una questione tecnica. È un test politico sul futuro dell’Europa stessa: se l’Ue continua a chiedere riforme senza offrire fiducia, non costruirà un’area di stabilità — ma un perenne cuscinetto geopolitico, utile solo a contenere Mosca e Ankara.

A Belgrado, il governo continua a promettere riforme e modernizzazione, ma anche i funzionari europei più ottimisti sanno che 2030 è più uno slogan che una scadenza. L’allargamento è diventato un processo eterno, utile alla retorica ma svuotato di significato politico. La Serbia, nel frattempo, resta sospesa: troppo europea per tornare indietro, troppo sovrana per essere accolta davvero. E l’Europa, ancora una volta, dimostra di saper costruire solo confini, non comunità.

Maria Paola Pizzonia