#Silentstrike: con questo hashtag il Myanmar nella giornata del 24 marzo porta su tutti i social la propria protesta silenziosa che fa seguito a più di un mese di scontri. Le istantanee che oggi rimbalzano da una piattaforma all’altra sono infatti quelle di città vuote, bocche serrate da nastro adesivo e saluto a tre dita che rievoca il film “Hunger games”.

La campagna nazionale del silent strike nasce per ricordare i cittadini caduti da eroi, nei giorni di protesta dal 1° febbraio scorso. Da quel momento, infatti, le forze armate birmane hanno avviato un colpo di Stato che ha condotto alla caduta del neoeletto governo Aung San Suu Kyi (attualmente prigioniera a Naypydaw insieme al Presidente Win Myint).

I fatti che hanno portato alla protesta
In un momento in cui la storia comincia ad esser fatta anche dalle donne, è stata proprio la vittoria di una donna, peraltro icona della non violenza e premio Nobel per la pace, a dare il via agli scontri. Infatti, alle elezioni parlamentari dello scorso 8 novembre, il gruppo di estrema destra costituito dal Partito dell’unione della solidarietà e dello sviluppo aveva perso contro la Lega nazionale per la Democrazia guidata dalla Suu Kyi. Così, all’inizio del 2021, il leader militare Min Aung Hlang ha contestato l’esito del ballottaggio e chiesto una verifica dei voti minacciando un colpo di Stato
Così è avvenuto.
I birmani nei social la chiamano “silent revolution” (rivoluzione silenziosa). Non solo strade vuote ma anche negozi ed attività commerciali chiuse. Si tratta di uno sciopero del silenzio che invade le strade del Myanmar. Megalopoli come Yangon, città commerciali come Muse e piccoli villaggi come KyaunHla oggi sono vuoti e muti, in sfida al regime militare. Un silenzio condiviso anche dai monaci buddhisti dell’organizzazione internazionale Sangha Union e che dimostra come il Paese non sia disposto a cedere alla dittatura militare. Sono ormai innumerevoli le pagine in cui viene condiviso l’hashtag in lingua birmana «La nostra città ci appartiene».
Myanmar e social network
Sebbene in Italia sia dedicato poco spazio al tema, la rete ci permette di raccontare un’altra storia. Il sito Live universal awarenes map riporta i costanti conflitti armati che avvengono in Birmania da più di un mese. Così scopriamo che negli scontri muore anche la piccola Khin Myo Chit, di soli sette anni, mentre siede sulle gambe del papà o, ancora, che la guerriglia passa direttamente tramite social. Questo è avvenuto, per esempio, nel caso del militare che ha minacciato i concittadini di morte con un video di Tik Tok con le parole «Controllerò la città stanotte e sparerò a chiunque mi capiti a tiro, se volete diventare martiri esaudirò il vostro desiderio». L’attivista Htaike Htaike Aung del MIDO (Myanmar ICT for Development Organization) sostiene che proprio attraverso la app cinese siano passati almeno 800 video intimidatori dei militari.
È sempre la Aung ad affermare che il social network asiatico starebbe ripetendo gli errori commessi da Facebook quando, nel 2018, permise la diffusione di discorsi d’odio che contribuirono al genocidio della minoranza Rohingya in Myanmar. Il ruolo all’epoca rivestito dal social network, così come confermato Marzuki Darusman delle Nazioni Unite, era quello di «strumento utile per chi volesse diffondere discorsi d’odio».
«Questa piattaforma – spiega la Aung – non sta né agendo né prendendosi responsabilità e ciò porterà prima o poi a qualcosa di simile al fallimento di Facebook nella crisi di Rohingya».
Mai come oggi la rete può essere veicolo di un messaggio. Scegliere il lato da cui stare, resta invece ancora un’attività totalmente offline.





