Dall’odio sui social alla bottiglia di vetro contro la finestra: non c’è pace per Silvia Romano

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Di Redazione Metropolitan

Dai social alla bottiglia lanciata contro le finestre del suo palazzo: Silvia Romano è appena tornata a casa dopo aver passato 18 mesi sotto sequestro in Kenya e Somalia, ma ancora non trova pace.

Bottiglia lanciata contro la finestra di Silvia Romano

Milano, via Casoretto. Nel pomeriggio di martedì sono stati ritrovati i cocci di una bottiglia di vetro lanciata contro il palazzo di Silvia Romano. I vicini di casa della 24enne, che abitano al primo piano dello stabile di via Casoretto, hanno chiesto l’intervento della polizia dopo aver trovato i resti della bottiglia. La polizia scientifica è arrivata sul posto per repertare i cocci, mentre altri agenti hanno raccolto le testimonianze delle persone che vivono nello stabile.

I vicini sono convinti che la bottiglia sia stata scagliata contro la finestra dall’esterno. Un gesto volto, probabilmente, a intimidire la giovane cooperante.

Lunedì pomeriggio ad attendere Silvia Romano c’erano centinaia di fotografi, giornalisti e curiosi accalcati gli uni sugli altri, nonostante le rigide regole sul distanziamento sociale. Al suo arrivo, Silvia non ha rilasciato dichiarazioni, ma ha comunque trovato il tempo di salutare il suo quartiere affacciandosi dalla finestra del suo appartamento.

Da quel giorno la giovane cooperante è finalmente a Milano, a casa sua, nel suo letto, dopo un anno e mezzo di prigionia.

Silvia Romano era stata catturata e sequestrata da Al-Shabaab,  gruppo terroristico jihadista sunnita, diciotto mesi fa mentre lavorava come volontaria in Kenya, nel villaggio di Chakama.

In questo anno e mezzo di prigionia Silvia ha dovuto affrontare un lungo calvario: il viaggio nella giungla, la febbre, i giorni di cammino a piedi, le interminabili ore passate da sola a leggere e a scrivere su un diario che poi i sequestratori non le hanno permesso di portare in Italia.

Esplode l’odio contro Silvia Romano: aperta inchiesta per minacce aggravate

La festa per il ritorno di Silvia Romano a Milano è durata poco. Dopo le migliaia di minacce di morte arrivate via social in questi giorni è stata aperta un’inchiesta contro ignoti dal pm Alberto Nobili per minacce aggravate. Al vaglio degli inquirenti ci sarebbe anche un post di Vittorio Sgarbi. Il critico d’arte ha scritto su Facebook che la volontaria andrebbe «arrestata» per «concorso esterno in associazione terroristica». Silvia, nonostante le minacce, si dice “serena”.

Il palazzo della giovane cooperante è sorvegliato da pattuglie di polizia e carabinieri, ma si stanno valutando ulteriori misure di protezione.

La campagna d’odio contro Silvia arriva in Parlamento

Oltre alle polemiche sul riscatto, a scatenare l’odio contro la cooperante è stata la notizia della sua conversione all’islam. Dai titoli dei giornali (“Abbiamo liberato un’islamica” di Libero, giornale diretto da Vittorio Feltri, a “Islamica e felice, Silvia l’ingrata” del Giornale) ai post sui social e persino in Parlamento: l’odio nei confronti di Silvia Romano (e del suo abbigliamento) è arrivato ovunque. Il deputato leghista Alessandro Pagano ha definito la cooperante una “neo-terrorista” durante un suo discorso alla Camera.

Nonostante il richiamo della Presidente di turno, Mara Carfagna, e la dura reazione di molti deputati, Pagano ha rincarato la dose con un post su Twitter (“Silvia Romano si è convertita non all’Islam moderato, ma all’Islam terroristico somalo di Shabab, che ha fatto migliaia di morti. – scrive Pagano – E il governo Conte li ha pure finanziato. Parola di Paolo Liguori, direttore di TGCOM24”).

La conversione all’islam fa notizia solo in Italia        

La notizia della conversione all’islam di Silvia Romano durante il sequestro ha fatto molto scalpore.

L’jilbab, l’abito verde indossato da Silvia Romano durante il suo arrivo in Italia, la scelta del nome Aisha e la conversione (a detta della 24enne “volontaria”) non sono andati giù ad alcuni. Sin dalle prime immagini del suo arrivo a Roma sono scattate delle vergognose campagne d’odio contra la giovane cooperante, con tanto di bufale circolate sul web e post pieni d’odio, addirittura inviti a “impiccarla”.

La conversione di un ostaggio è, in realtà, un fenomeno abbastanza comune. Per ora è prematuro parlare di sindrome di Stoccolma, di conversioni forzate o fare altre speculazioni sulla genuinità o meno della sua conversione. L’accanimento mediatico suscitato dalla conversione di Silvia Romano in Italia in altri paesi non ha trovato spazio.

La BBC nel riportare la notizia del rientro in Italia della cooperante milanese non fa minimamente cenno alle sue scelte religiose, dando spazio unicamente alla notizia vera: il rientro della cooperante in Italia dopo 18 mesi di sequestro.

Della campagna d’odio contro Silvia Romano dopo il suo rientro in Italia ne parlano anche i media internazionali, tra cui Al Jazeera.

La madre della ragazza, intanto, ha chiesto di spegnere i riflettori sulla vicenda e ha invitato i cronisti appostati sotto casa sua a lasciare in pace la sua famiglia. 

Ai giornalisti che le hanno chiesto come fossero i primi giorni della figlia dopo il rientro in Italia ha risposto che “se non ci foste voi starebbe molto meglio“.

Come darle torto.

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