Sitting Volley, più facilmente riconosciuto come la “pallavolo da seduti”, è uno sport inizialmente nato con uno scopo ben definito; l’obiettivo era infatti quello di dar modo a persone con disabilità di fare terapia in maniera divertente. Una storia fatta di sacrifici e continue battaglie per arrivare ad essere “sport” e non “sport per disabili”.

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Campionati Italiani Sitting Volley Femminile – Photo Credit: Chieri ’76 Official Facebook Account

Cos’è il Sitting Volley?

Questo tipo di attività sportiva nasce dalla mente del dottor Ludwig Guttmann; nel 1944 ha un’idea e inizia a studiare dei programmi di allenamento adattati a diversi problemi fisici e motori. Il dottore nota che l’attività da lui proposta porta ad un risultato migliore, a livello muscolare e mentale, rispetto alle normali terapie. Nasce così un nuovo sport, giocato in via ufficiale per la prima volta ai Giochi Internazionali di Stoke Mandeville (antenati delle Paralimpiadi, ndr) nel 1948.

Lo sport viene usato per recuperare alcune capacità, stimolando la mente all’accettazione delle difficoltà; in un attimo l’intuizione di Guttmann si diffonde in tutto il mondo arrivando fino alla creazione in Olanda di quello che oggi è conosciuto come Sitting Volleyball. Nasce inoltre uno sport parallelo, definito però “Standing”, giocato in piedi da atleti prevalentemente amputati.

La svolta arriva nel 1976 quando le due discipline maschili, Sitting e Standing, vengono inserite dall’ISOD (International Sport Organization of Disabled) alle Paralimpiadi di Toronto. Nel 1976 si assiste alla dimostrazione di questi nuovi giochi durante la maggiore delle manifestazioni sportive; quattro anni dopo, ad Arnhem in Olanda, esse saranno discipline ufficiali dei Giochi Paralimpici. In ambito femminile l’inserimento arriva solo nel 2004, ad Atene, quando lo Standing lascia il posto al Sitting femminile.

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DiaSorin Sitting Volley Cup – Photo Credit: Chieri ’76 Official Facebook Account

Le differenze con la pallavolo 

La base del Sitting Volley è la stessa della pallavolo ad oggi conosciuta; sei contro sei, tre tocchi, stessi set e stesso metodo di punteggio. Le due differenze principali sono ovviamente quelle che riguardano la modalità di gioco e la rete. Nel Sitting infatti deve sempre esserci il contatto tra il giocatore e il terreno, con il divieto assoluto di potersi alzare in piedi; la rete invece è posta ad un’altezza inferiore, 1.15 m per i maschi e 1.05 m per le femmine.

Regola fondamentale è l’obbligo di stare seduti e di avere sempre contatto con il terreno, sia in fase di attacco che di difesa, battuta e muro compresi. Sono permessi alcuni movimenti che nella pallavolo sono invece vietati come il muro sul servizio o il rilascio della palla durante la battuta. Nel Campionato Italiano, bloccato anch’esso, è permesso giocare con minimo due disabili e massimo quattro normodotati; uno sport dunque permesso a tutti.

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Nazionali Sitting Volley – Photo Credit: CIP Official Facebook Account

Sport e disabilità, siamo così diversi?

In questo periodo il mondo ha avuto a che fare con quella che è stata definita “distanza sociale”, senza però rendersi conto che in alcuni ambiti già esisteva. Una distanza non fisica ma mentale, dovuta alla dimenticanza o alla disattenzione nei confronti di alcune persone; forse più fragili o più deboli o semplicemente “diverse” nella testa di chi queste difficoltà non le ha.

Ad oggi c’è la tendenza a classificare, dare etichette, chiamando “sport per disabili” ciò che è un gioco, una passione, un momento di inclusione. Perché non solo sport? In fondo lo è, simile alla pallavolo con piccole regole differenti che lo rendono unico; come del resto ogni qualsiasi disciplina sportiva. Semplicemente, possono giocare tutti.

Forse è la paura di un confronto con una fragilità che porta ad un’etichetta, spesso pesante da portare. Paura di essere semplicemente uguali, seduti e con una rete in mezzo; il Sitting Volley ha questa capacità, lo sport ha questa capacità. Cancellare le diversità, pregi e difetti così definiti a seconda di ciò che imposto dalla società. Alla fine, seduti siamo tutti uguali. E questo forse fa più paura dell’etichetta “diverso”, attaccata a tutto ciò che non si vuole affrontare. 

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