È il 2007 quando la commissione artistica del Festival di Sanremo scarta il brano Bruci la città, proposto da una Irene Grandi già veterana del palco dell’Ariston. Scritto insieme a Francesco Bianconi, frontman del gruppo Baustelle, è un testo pop rock che nell’interpretazione della cantante toscana assume i contorni di un inno generazionale anni Duemila, tra sonorità elettriche e urban. Il rifiuto sanremese tuttavia non ne arresta il destino: presentata al Festivalbar, la canzone si aggiudica il Premio Radio e si prepara a scalare le classifiche italiane.
Oltre ad accendere il dibattito sempre attuale su quanto la prospettiva di successo di un brano non sia condizionata dal rifiuto sanremese, il merito di Bruci la città è quello di aver inaugurato un sodalizio musicale destinato a durare: quello tra Francesco Bianconi e Irene Grandi capaci di mostrare come la cifra stilistica di un artista riesca a connotare un brano e a renderlo passibile di un’interpretazione nuova e unica.
Una scrittura che cambia voce: Irene Grandi e il sodalizio musicale con Bianconi
Cantautore e compositore dall’accentuata sensibilità letteraria, Bianconi firma per Irene Grandi Bruci la città, La cometa di Halley e Universo, tre brani che dimostrano come una scrittura già di per sé eclettica riesca ad espandersi e trasformarsi quando incontra una voce capace di reinterpretarla. Il tema è dunque la capacità del testo di essere riscritto grazie all’interpretazione: Bruci la città si adatta perfettamente alla discografia di Bianconi ma, reinterpretato da Irene Grandi, viene caricato di emotività e di istinto, sottratto all’aura contemplativa e malinconica della penna del cantautore toscano.
Anche Bianconi, difatti, registra la sua versione proponendola quasi come una visione romantica quanto catastrofica di un amore che accetta di vedere sgretolarsi le proprie certezze per assicurarsi la sopravvivenza. Il tema è la rovina di un mondo che crolla su se stesso, crogiolato dalle sue stesse certezze, ma che si spera lasci intatto il quadro di intimità che coinvolge i due amanti. Nella sua interpretazione Bianconi elimina tracce di pop rock e di qualsiasi elemento che rimandi alla leggerezza, per caricarle di una tensione malinconica sottesa e mai completamente esplicitata che esplode in una nota finale stridula, quasi disturbante nella sua artificiosità.
La cometa di Halley: due voci, due mondi
Il 2010 è l’anno de La Cometa di Halley, un altro brano che si presta a doppia vita. Si tratta di un testo che anche in questo caso assume le fattezze di un inno generazionale seppur malinconico, tra il disincanto e l’illusione di una storia d’amore lacerata da aspettative mal riposte. Bianconi porta una versione intellettuale e introspettiva, difatti, dalla sua interpretazione emerge un trattato sul limite, sull’incomprensione, sulla tendenza umana a chiedere all’altro ciò che non può dare. Il ritmo è lento, intimo e si adatta perfettamente alla poetica bianconiana di constatazione e progressiva rassegnazione.
Nella voce di Irene Grandi, la canzone cambia direzione. Si abbandona l’astrazione esistenzialista per dare spazio alla carne viva della sofferenza. È istinto, senza mediatori trascendentali: si racconta il disagio di una donna che anela a qualcosa che l’altro non può offrirle, intrappolata nella concretezza del quotidiano. La cometa di Halley, nella sua interpretazione, non è un’immagine poetica come per Bianconi, ma è un ricordo lacerante, un frammento di possibilità che squarcia solo per un attimo il velo nero dell’abitudine.
Universo e l’ultimo tassello del ritorno del sodalizio
La collaborazione tra i due artisti complementari nella loro diversità si interrompe, ma ritorna con rinnovata intensità nel 2024 con la pubblicazione del brano Universo. Anche in questo caso risulta evidente lo scarto tra la scrittura evocativa e riflessiva di Francesco Bianconi e un’interpretazione dolorosa e concreta, quanto più vicina all’umano e al reale.
L’autore costruisce un immaginario cosmico e rarefatto, quasi metafisico, mentre l’interprete lo riporta alla terra, al sentire, al vissuto reale. Sembra che l’astrazione di Bianconi, percepita come distanza, venga riassorbita dal calore della voce di Irene Grandi con una forza tale da abbattere il muro metaforico e rendere tangibile ciò che il testo esprime.
Scrivere e interpretare: gli incontri che cambiano le canzoni
Ed è forse questo l’aspetto più affascinante di questa collaborazione che scavalca i contorni di un sodalizio per diventare un vero e proprio laboratorio creativo in cui voce e scrittura si trasformano reciprocamente. I testi di Bianconi, con la poetica della rovina, del limite e della malinconia moderna, si piegano e si ampliano quando incontrano la voce di Irene Grandi, capace di incarnarli e portarli altrove.
In questo scambio, che mostra come una canzone possa contenere molte più possibilità di quante appaiano sulla pagina, nasce la forza di una collaborazione che non si esaurisce nel tempo ma continua a risuonare, cambiando forma e significato ad ogni nuovo spiraglio di interpretazione, come se ogni ascolto riaprisse il dialogo tra la penna di Bianconi e l’inconfondibile timbro di Irene Grandi.
Ludovica Povia





