Il termine Soft Power è stato coniato dal docente di Harvard Joseph Nye nel 1990 e lo ha definito come la capacità di un Paese di influenzare gli altri Paesi attraverso forme di influenza indirette, piuttosto che con l’uso della forza brutale. Oggi giorno, il Soft Power ha preso forme differenti rispetto a trent’anni fa, forme forse più pericolose perché alla portata di tutti.

Soft Power: l’immagine veicolata dai media

Soft Power e media: l'altra faccia del potere - Photo Credits theconstantrevolution.com
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Il Soft Power è essenzialmente la capacità di una nazione di attrarre le altre in base alla propria cultura, valori, capacità economica, relazioni e così via.

Lo scopo è quello di fornire una determinata immagine di sé che suggerisca affidabilità alle persone che lo abitano e alle nazioni esterne. Nell’era odierna, il miglior modo per offrire una determinata immagine, passa attraverso i media. Nell’era dell’informazione, esiste infatti un pubblico globale nutrito costantemente dalla rete mediatica. Che siano notizie da internet, programmi televisivi, video sui social o pettegolezzi mediatici, la nostra informazione deriva principalmente dai mezzi di comunicazione.

Come afferma lo scrittore Shashi Tharoor:

Probabilmente Hollywood, MTV e McDonald’s hanno fatto di più per alimentare il concetto di Soft Power, rispetto a qualsiasi attività governativa

Shashi Tharoor in TED – Why nations should pursue “soft” power

Difficile, dunque, non vedere il vantaggio per una politica nazionale, di veicolare principi, idee e cultura tramite i sistemi mediatici. Soprattutto nell’era dell’auto-celebrazione, dell’esportazione della democrazia e delle potenze mondiali che giocano a dadi con guerre fuori dai loro confini nazionali.  

Il Soft Power e l’esportazione della democrazia

Il concetto di esportazione della democrazia deriva dalla credenza occidentale di possedere una morale superiore ed intaccabile rispetto alla morale di altre nazioni. Nazioni, che per quanto siano travolte dalle conquiste e da “guerre giuste”, vengono anche tranquillizzate dalla garanzia della nazione per la superiorità economica, tecnologica e militare.

Negli ultimi venti anni l’Occidente ha lavorato per diffondere l’idea che esistesse un solo modo giusto di governare e che andasse esportato. Questa esportazione della democrazia è stata però veicolata per far credere che le guerre attuate siano guerre giuste, nascondendo le realtà dei morti, feriti e profughi vittime dei loro giochi.

Convincere di volere quel che vuoi: è questo l’obiettivo del Soft Power.

Come convincerlo? Attraverso le relazioni: economiche, storiche, sociali, commerciali, culturali e mediatiche. Che sia tra nazioni o tra nazione e abitante, è importante che esista una relazione in grado di portare ad una determinata immagine del paese. L’immagine accettabile, porta al potere sociale, ossia alla capacità di influenzare le persone di tutto il mondo attraverso istituzioni culturali in grado di veicolare valori liberali occidentali.

Un Paese possiede più Soft Power se le sue istituzioni, la sua cultura e i suoi valori nazionali suscitano alta considerazione e riverenza in tutto il mondo. È evidente che il Soft Power sta indirettamente creando una nuova forma di ordine internazionale.

Per questo, attualmente, la maggiore forma di veicolazione del Soft Power è mediatica. La portata globale dei media, rende possibile il raggiungimento di milioni di individui. Individui, che possono captare i principi di diversi Paesi ed essere influenzati da opinioni in grado di modellare le percezioni riguardo a un Paese, contribuendo così a formare un’immagine positiva o negativa di esso.

Il relativismo diventa nazionalismo

In un’epoca in cui i Paesi si auto-celebrano per i propri valori sociali, ma che nel mentre finanzianoguerre giuste” alimentando l’odio nei confronti di altri che non portano avanti i medesimi valori, possiamo quasi dire che il relativismo culturale è diventato una forma di nazionalismo. È diventato nazionalismo, perché sulla base della diffusione di idee ritenute giuste, il Paese si eleva a portatore della buona moralità. Il risultato è lo scontro: non tra politici, ma tra persone.

Questa rivendicazione morale passa proprio attraverso i media. Un paese democratico, repudia la guerra, l’odio e le discriminazioni. Attraverso la veicolazione mediatica di questi principi, il Paese può mostrare al mondo un’immagine positiva, connotata da relazioni internazionali, scambi culturali e aiuti economici. Nel mentre però, vengono veicolate e incastrate informazioni, che siano in grado di influenzare le menti di chi sente, generando paura dell’altro. In questo modo, ad agire non sono coloro al vertice della piramide, ma la diffusione di un odio alla base della piramide che agisce per conto di terzi.

Martina Capitani

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