Cinema

“Sto pensando di finirla qui”, purtroppo, non la finisce

Il nuovo film di difficile classificazione di Charlie Kaufman, Sto pensando di finirla qui risulta un dramma psicologico dalla forte carica metaforica, che esplora varie tematiche, nessuna delle quali però con lucidità.

Il cinema di Charlie Kaufman è lungi dal poter essere considerato “tradizionale”. Sceneggiatore di riuscitissimi drammi esistenzialisti come Essere John Malkovich e Se mi lasci ti cancello, Kaufman si è da un decennio trasformato in regista, con Synechdoche, New York e Anomalisa. Noto in questa veste anche per la difficile interpretazione delle sue opere, il nostro sembra aver voluto tenere fede a tale nomea anche per Sto pensando di finirla qui, il suo ultimo lavoro, proposto su Netflix. Basato su un romanzo di Iain Reid, è caratterizzato da un ermetismo che, questa volta, funziona davvero poco.

Una non-trama

Sto pensando di finirla qui
Jessie Buckley (con il cappotto blu) – Photo credits: web

Di cosa parla Sto pensando di finirla qui?”
La banale domanda alla base di ogni recensione risulta, in questa sede, più difficile del solito.
Sarebbe semplice dire che la trama vede una coppia, composta da una ragazza il cui nome cambia continuamente (Jessie Buckley) e un ragazzo di nome Jake (Jesse Plemons), che si reca a pranzo (o forse una cena) dai genitori di lui. Anche loro senza nome, il padre (David Thewlis) e la madre (Toni Collette) sono individui bizzarri e non molto a loro agio con la ragazza. Tuttavia, la loro eccentricità impallidisce di fronte ai continui spostamenti temporali che avvengono nella casa. Un momento i due genitori sono anziani, un altro sono nella mezz’età. Una scena prima sono giovani, in quella dopo sono vicini alla morte.

Lo spiazzamento è la prima sensazione che si avrebbe, leggendo qualcosa di simile. Non è però tutto: la ragazza sembra voler lasciare Jake, ma non sa come fare. La sua inadeguatezza, e la paura di lui, si traducono in discussioni casuali e spesso surreali su vari argomenti. Si passa da David Foster Wallace a Una moglie di John Cassavetes, da conversazioni sui gelati a Freud. L’atmosfera varia continuamente, senza mai però abbandonare una sensazione di oppressione, di inquietudine, garantita dall’uso del rapporto 4:3 e della fotografia fredda e naturale di Łukasz Żal. Nel mezzo, continuiamo a seguire anche le vicende di un misterioso bidello che lavora in una scuola non lontana dalla casa di Jake.

Virtuosismi insopportabili

Tuttavia, è opinione di chi vi scrive che quanto finora narrato non risponde perfettamente alla domanda “di che cosa parla Sto pensando di finirla qui?”
Perché ciò di cui parla questo film non è di una storia d’amore, di inadeguatezza, vecchiaia, giovinezza, maturità o difficoltà nelle relazioni interpersonali. Ciò che il film propone è un’analisi del processo creativo. Una spiegazione di come, nella mente di un artista, esperienze personali si confondano a fantasie e ispirazioni, di come questa mescolanza generi inizialmente storie ricche di incoerenze e imprecisioni, difficili da rimuovere. Le storie che creiamo, sono storie che raccontiamo prima di tutto a noi stessi. Così tanto che, alla fine, i personaggi sono più simili a noi che a quello che dovrebbero essere.

Sto pensando di finirla qui
Photo credits: web

Tale è il problema di Sto pensando di finirla qui. Perché pur non potendo non amare la sua poesia e la sua bellezza formale, è difficile sopportare l’egocentrismo di Kaufman. Nessun personaggio, in questo film, è Jake, la ragazza, la madre o il padre. Sono tutti figure dell’autore stesso, a cui vengono messi in bocca dialoghi arzigogolati e spesso contraddittori di vario genere. Più che ad una discussione tra amanti, sembra di stare ascoltando un podcast, in cui Kaufman è sia presentatore che ospite. Marzullo avrebbe molto apprezzato: si fa delle domande e si dà delle risposte.

Kaufman sceglie di sacrificare quasi del tutto la narrativa in favore di un contenuto così inebriante da confondere lo spettatore. Al punto tale da renderne difficoltosa la comprensione e spesso insopportabile la fruizione. Cosa che finisce con l’oscurare le ottime prestazioni del cast, in special modo i due protagonisti, ma anche una Toni Collette che si distingue nuovamente come una madre sui generis dopo l’ottima prestazione di Hereditary. Jessie Buckley, invece, è semplicemente magnetica.

Sto pensando di finirla qui è portentoso quando punta su balletti, stanze appena illuminate e interpreti al loro meglio. Non funziona quando, nel suo disperato tentativo di riempire lo spettatore di riflessioni e metafore, incespica clamorosamente. Sfortunatamente, per la maggior parte del tempo, ci troviamo di fronte a quest’ultimo caso.

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