Esistono dibattiti che sembrano non trovare mai un punto di convergenza. Mai, anche quando la risposta appare scontata. In questo caso specifico però, quando l’argomento è il diritto alla vita, il terreno diventa più insidioso. All’occorrenza, quando emerge un caso specifico, si tende a parlarne con maggior accanimento. A volte, dall’alto di un privilegio che non sempre viene visto come tale, si concorda se il suicidio assistito sia «giusto». Spesso, con la supponenza di chi non ha mai dovuto affrontare dinamiche analoghe. Il punto nevralgico forse è proprio questo: credere di poter mettere bocca sulla vita altrui, come se ci appartenesse. Non spetta al singolo sentenziare, tuttavia è lecito parlarne al fine di comprendere perché il diritto alla vita non può essere completo senza il diritto di porvi fine.
Le ragioni trainate dai gruppi Pro Vita e dalle manifestazioni ad esse associate in primo luogo caricano la vita di un valore assoluto. La dignità umana, all’interno di questa sfera di pensiero, non dipende dal corpo o dalla salute. Il solo fatto di esistere viene inteso come un dono dove il singolo non è «proprietario» della propria vita, bensì un custode. Legalizzare l’eutanasia in Italia, invece, viene percepita come un possibile rischio. Rischio che alcune vite possano essere viste come «meno degne» di essere vissute. Secondo questa visione, la richiesta di morire non sarebbe mai figlia di una scelta libera, ma solo una reazione alla sofferenza, alla solitudine o al timore di gravare sugli altri. Ciononostante i rischi, così come i timori, sono supposizioni. Affermare, invece, che la vita è un valore assoluto di cui essere grati a prescindere da tutto è estremamente soggettivo.
Suicidio assistito e diritto alla vita, liberi di scegliere
La falla in cui si ricade spesso è credere sia lecito fare del proprio vissuto una regola. È il caso di Emanuel Cosmin Stoica durante il flash mob di Pro Vita nel 2025. Se si fosse limitato a raccontare la sua esperienza personale, anche con l’intenzione di offrire sostegno a chi, come lui, affronta difficoltà o esperienze analoghe, sarebbe stato coerente. Tuttavia, quella che nasce come singola esperienza diventa un simbolo collettivo. L’errore è questo: avere sulle spalle solo il peso della propria vita e credere di poter soppesare quella altrui. Ogni esperienza, così come ogni dolore, è estremamente personale. Privare una persona della scelta significa privarla della vita stessa. Legalizzare l’eutanasia non significa «rendere la morte più semplice», significa stabilire se sussistono tutti gli elementi necessari per procedere. Poi, qualora un individuo che risponde solo alla propria coscienza ritiene sia la scelta giusta, allora permettergli di agire.
Ad oggi non esiste una legge che regoli il suicidio assistito ma risulta possibile se vengono rispettati criteri rigidi. Affinché la richiesta venga approvata deve sussistere una patologia irreversibile, una sofferenza intollerabile, dipendenza da trattamenti di sostegno vitale e piena capacità di intendere e volere. Non è una decisione indotta, né condizionata da fattori esterni. La scelta libera e personale può essere presa solo con piena coscienza di sé. Uno dei casi più recenti di suicidio assistito è avvenuto in Liguria attraverso l’associazione Luca Coscioni Liberi di scegliere fino alla fine.
Il racconto dell’uomo dipinge una sofferenza diventata insopportabile. S. aveva affermato: «La mia libertà di scelta è quella di dire basta alle sofferenze, è amore per me, per chi sono e sono stato» ed è questo il sunto dell’intero discorso. Liberi di scegliere, sempre. Liberi di sorridere davanti alla sofferenza, così come liberi di abbandonarla. Nessuna scelta dovrebbe essere condizionata dalle esperienze altrui, soprattutto se quella scelta ricade solo ed esclusivamente sul singolo.
Stefania Cirillo




