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“Sulla mia pelle”, quando il cinema grida giustizia

Abbiamo la stupida presunzione che tutto sia sotto il nostro controllo. Continuiamo sbadatamente a pensare di essere invulnerabili, intoccabili e perfettamente al sicuro. Siamo convinti che il Male non possa mai bussare alla nostra porta, e che se mai dovesse farlo, sapremmo comunque come affrontarlo. Ma in realtà siamo fragili, indifesi, maledettamente impotenti ed esposti alla cattiveria e all’ingiustizia della società in cui viviamo. Lo sa bene la famiglia di Stefano Cucchi, lo ha provato a sue spese lo stesso Stefano Cucchi, ha voluto mostrarcelo Alessio Cremonini, regista “giustiziere” del film “Sulla mia pelle”.

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“Sulla mia pelle” di Alessio Cremonini (fonte: il mattino.it)

Gli ultimi giorni di Stefano Cucchi, raccontati da Cremonini

Attraverso la straordinaria interpretazione di Alessandro Borghi, quella cattiveria, quel martirio, quel supplizio inferto sulla pelle di Stefano, diventa universale. Lo spettatore patisce con lui, si tormenta come lui, prova la stessa rabbia e la stessa paura, fino a perdere poco a poco la speranza e ad accettare con desolata rassegnazione il tragico destino che sempre più prepotentemente si materializza davanti ai suoi occhi.

Quella che prende forma sulla schermo è infatti una disarmante disumanizzazione, fisica e mentale. Una disumanizzazione che incrudelisce in maniera sempre più evidente, prima su un ragazzo, poi sul suo intero nucleo familiare. Non è la storia di un santo, certo, ma neanche di un pericoloso criminale. Averlo trovato in possesso di droga al momento dell’arresto, può essere stata una valida giustificazione per aver spezzato così gratuitamente la sua vita? Per avergli arrecato lesioni ed ecchimosi alle gambe, alla faccia (con una frattura della mascella), all’addome (inclusa un’emorragia alla vescica) ed al torace (con due fratture alla colonna vertebrale)? Probabilmente no.

“Cosa ti è successo?” chiedono nel film i più temerari, quando si ritrovano davanti il giovane, ridotto quasi a un fantasma, con il viso violaceo ed ingobbito per il dolore. Ma al minimo sentore di guai, di puzza di una faccenda troppo torbida che potrebbe rivelare verità scomode, anche questi scelgono di non immischiarsi oltre, ricorrendo così al più sicuro salvagente del “girarsi dall’altra parte”.

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Stefano Cucchi interpretato da Alessandro Borghi (fonte: contropiano.org)

E così sfilano sulla scena, quasi al ritmo serrato di una qualche marcia militare, encomiabili soldatini di piombo, puntualmente fissati nelle loro pose più icastiche: la testa alta, le spalle larghe, la mano alla tempia in segno di cordiale riverenza, anche verso gli ordini più insensati che vengono loro impartiti da altri onorevoli soldatini col grado più alto. Senza cuore o dignità. Inanimati, inebetiti, indolenti, felicemente prigionieri del loro preziosissimo orgoglio. Nudo e freddo piombo, rivestito soltanto dalla stoffa di quelle sontuosissime uniformi color tenebra.

La famiglia di Stefano Cucchi

Parallelamente, sullo sfondo, c’è la famiglia di Stefano Cucchi, tenuta a forza dietro ad un muro ad assistere alla fatale sorte del proprio figlio. I genitori e la sorella, infatti, cercando a più riprese di avere anche soltanto alcune informazioni sullo stato di salute del proprio caro, finiscono per collezionare una serie interminabile di insuccessi e porte sbattute in piena faccia, a causa di un sistema dannatamente cavilloso e viziato. Ripetute ed irragionevoli richieste di documenti, permessi e fogli di vario genere, recanti la firma di avvocati, giudici, magistrati, presidenti, Topolino, Pippo, Pluto e Paperino, lasciano papà Giovanni, mamma Rita e la sorella Ilaria in uno stato di inspiegabile attesa e straziante sconforto.

Alla fine, però, una notizia arriva: è l’improvvisa richiesta di autorizzazione all’autopsia sul cadavere di Stefano, ormai passato a miglior vita nella solitudine più assordante. Ed eccoci qua. L’immancabile ciliegina glassata su una torta al gusto di merda, difficilissima da digerire; l’impeccabile gag finale che chiude, in maniera tristemente derisoria, un tremendo episodio di cronaca nera, tra gli scroscianti applausi di una platea profondamente disgustata. Un teatro dell’assurdo, che, nonostante sia stato allestito con il massimo impegno da parte di impietosi ed impuniti saltimbanchi mascherati da protettori della legge e dei diritti umani, non strappa risate comiche, ma solo tanta, tanta collera.

“Sulla mia pelle”, quando è la storia a prevalere

Alessio Cremonini rappresenta questo turpe spettacolo in maniera fortemente realistica, dove i ricorrenti primi piani al viso scarnificato e tumefatto di Stefano Cucchi, si alternano ad altrettanti campi totali, che invece mostrano il desolante isolamento delle stanze o della cella in cui il protagonista viene continuamente abbandonato insieme alla sua angoscia. “Sulla mia pelle” è a tutti gli effetti un’opera di denuncia, straordinaria e di incredibile impatto emotivo, che deve essere soprattutto apprezzata per l’importanza del suo contenuto, assolutamente prevalente rispetto a tutto il resto.

Perché l’amara storia di Stefano Cucchi, e della sua famiglia, esigeva a gran voce di essere raccontata, di essere sottoposta allo sguardo ancora dormiente del mondo intero.

Tartaglione Marco

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