Cinema

“The social dilemma”, tecnologia e dipendenza

Copertina di The social dilemma -Photo Credits: web

The social dilemma è il documentario Netflix del momento. Tutti ne parlano e lo consigliano, ma anche dietro ad un documentario scioccante ci sono dei problemi…Su Netflix è attualmente al quarto posto della Top Ten dei più visti del colosso di streaming e quanto pare il suo successo non sembra volersi fermare.

Il documentario del regista americano Jeff Orlowski, intende a tutti i costi farci aprire gli occhi sulla nostra realtà, fatta di teste chine sugli smart phone, di rapporti sociali e legami sempre più ridotti all’osso, e di una vita che è tutta basata solo sulle apparenze.

The social dilemma Photo Credits: web
The social dilemma- Photo Credits: web

The social dilemma – la dipendenza da social: i preadolescenti e gli altri

Il tema non è affatto nuovo. Questo, almeno così ci auguriamo anche per il futuro, non è né il primo né l’ultimo film che parla in modo non troppo lusinghiero della tecnologia. O meglio, degli effetti che la tecnologia ha sull’uomo. Un esempio su tutti, per citare sempre un prodotto di Netflix, è sicuramente Black Mirror. Ma “The social dilemma” va molto più in profondità, toccando temi che spaziano dalla dipendenza stessa dei lavoratori delle grandi aziende di internet, passando ai preadolescenti , fino ad arrivare alle conseguenze in politica.

Inquietanti i dati che parlano dell’aumento della depressione dell’autolesionismo nelle ragazzine preadolescenti e adolescenti, che avendo avuto l’accesso troppo presto a questo tipo di tecnologie e ai social network, hanno sofferto più di ogni altra generazione questi nuovi modelli e stili di vita che i social offrono. Non solo cyber bullismo, ma anche una maggiore solitudine e difficoltà a stringere rapporti di qualsiasi tipo con i propri coetanei e con altre persone.

The social dilemma Photo Credits: web
La dipendenza tra i preadolescenti raccontata nel documentario- Photo Credits:web

Manipolazioni, algoritmi e fake news

Ovviamente, quello della dipendenza, non è un problema che riguarda solo le generazioni più giovani (la cosi detta generazione Z), ma anche gli stessi ingegneri che hanno lavorato per aziende come Google, Facebook, Instagram ecc. In particolare Tristan Harris racconta come fosse diventato dipendente da G-Mail fino all’esaurimento nervoso, altri da Twitter o Pinterest. insomma non basta conoscere i meccanismi per non diventare dipendenti.

Il documentario insiste continuamente su quanto siamo tutti quanti manipolati dai social e dai nostri dispositivi in generale, e come internet conosca perfettamente i nostri gusti. Tutto questo solo grazie ad un algoritmo, che per stessa ammissione di questi ”cervelloni” della Silicon Valley, è sfuggito al loro controllo, diventando ancora più potente di quando era stato creato.

The social dilemma -Photo Credits: web
The social dilemma -Photo Credits: web

Qual è il problema?

Un altro problema di internet viene invece rappresentato dalle fake news che spopolano su tutti i social, Facebook in particolare, e che di nuovo manipolano la politica in tutto il mondo. Il documentario accusa pubblicamente Facebook di avere avuto delle grandi responsabilità in elezioni di diversi paesi. Il semplice tasto mi piace, che è stato creato con tutte le buone intenzioni, è inoltre tra le cause dell’aumento del bipolarismo politico in questo momento storico.

Il documentario ovviamente, assolve al suo obiettivo principale, ovvero quello di smuovere le coscienze su un tema che spesso viene sottovalutato, ma che fa parte in modo sempre più predominante della nostra vita. Il film è scioccante e di certo fa riflettere anche chi si crede immune dall’influenza dei social. Ma, per citare una domande dell’intervistatore del documentario, “Qual è il problema”?

the social dilemma Photo Credits: web
Skyler Gisondo in “The social dilemma”- Photo Credits: web

The Social Dilemma, il racconto non risulta vincente

Purtroppo i problemi sono molti. Troppo facile infatti, sfociare nell’esagerazione per quanto riguarda certi temi. Ad esempio l’algoritmo personificato da tre personaggi che guidano e tentano in tutti i modi di guadagnare dal loro avatar umano sempre attaccato al cellulare. O ancora quando si dice che proprio l’algoritmo conosce tutto di noi anche i nsotri precisi stati d’animo.

Non risulta particolarmente vincente nemmeno il tentativo di racconto. I momenti infatti cercando di svicolare dal documentario vero e proprio, sono di scarso livello da un punto di vista cinematografico. Protagonista di questi intermezzi è Skyler Gisondo nel ruolo del povero Ben, vittima di tutto il sistema e delle manipolazioni di internet. Sia le performance degli attori che i dialoghi non reggono. Il risultato sono delle scenette venute male, create per spiegare fatti che non necessitavano davvero di una spiegazione.

Elena Belli

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