Malinconico e delicato, dolce e disperato, “Tolgo il disturbo” è il penultimo film per il cinema del maestro Dino Risi. Una pellicola piccola e gentile, che parla sottovoce di esclusione, dei granelli che inceppano il tanto agognato processo di benessere e bella apparenza, di estremi generazionali che si annusano e riconoscono parte dello stesso fronte di esclusi.

L’ex direttore di banca Augusto Scribani (Vittorio Gassman) torna a casa dopo aver passato più di diciotto anni in un ospedale psichiatrico. La sua vecchia abitazione è ora occupata dalla nuora Carla, da Rosa, la sua figlia di nove anni, dal nuovo compagno di lei Giorgio e dalla di lui figlia adolescente Deborah. Augusto è strampalato ma innocuo, e mal si mescola agli equilibri di casa. L’unica persona con cui riesce a creare un rapporto reale è Rosa, la nipote trascurata ed sensibile.

“Tolgo il disturbo”: gli ultimi saranno gli ultimi

Spaventato dalla possibilità di essere rimandato in istituto, Augusto fugge con la nipote dall’ex compagno di stanza Alcide. Ma il futuro della piccola non potrà essere quello con lui. Una scrittura inevitabilmente crepuscolare che Dino Risi, assieme a Enrico Oldoini e a quella vecchia volpe di Bernardino Zapponi, costruiscono intorno alla figura ora mansueta, ora anarchicamente maleducata di un Vittorio Gassman al solito eccezionale, sia negli eccessi che nel subacqueo disorientamento dell’ex internato Augusto.

Straniero in casa propria, mal sopportato da chi, di fatto né ha né vuole averci nulla a che fare, e lo accoglie per la semplice mancanza di altre soluzioni. Matto fuori tempo e fuori posto (“Si ricorda una volta tutti quei matti, che bel movimento” dice alla suora il fattorino appena entrato all’istituto per le consegne). All’estremo opposto della sua parabola di vita, la nipote decenne mai conosciuta. Cui chiede di non essere chiamato nonno ma con cui riesce presto a creare un’intesa fatta di intimità, di silenziosa condivisione delle reciproche solitudini, della stessa condizione di esseri fuori luogo.

Tra il melò e il Mattatore

Unica figura, tra quelle non passibile di internamento, ad avere ancora un’umanità pura e sana da tutelare e coltivare prima che sia troppo tardi. Prima che diventi come la conflittuale e repressa madre intrerpretata da una brava Dominique Sanda. O come Deborah, la futura sorellastra di pochi anni più grande ma già fatalmente condannata. Inserita in quel contesto culturale ed esistenziale nevrotico, spietato, concorrenziale e cannibale di cui i genitori, che siano vittime o carnefici, ne sono l’esempio più lampante. Un film che per essenzialità della costruzione visuale e per tematiche sarebbe sempre ad un solo passo da un certa stucchevole retorica melò da quadretto.

Ma che da questo viene – parzialmente – salvato dal solito, gigantesco Vittorio Gassman, che, pur lavorando per sottrazione rispetto all’eccesso di certi suoi personaggi sopra le righe tipici del suo lunghissimo sodalizio con Risi, si presta in toto alla vicenda arricchendola di sfumature, toni di voce, mimica. Nel cast anche Eva Grimaldi, ancora in bilico tra drammi e pellicole di genere. Un anno prima di trovare il pur breve filone d’oro di “Abbronzatissimi” e delle commedie scollacciate anni 90. Una co-produzione italo-francese che ha pagato parecchio il passare del tempo. Al momento della sua uscita “Tolgo il disturbo” è stato accolto tiepidamente nello Stivale, molto meglio in Francia.

Andrea Avvenengo

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