Musica

Tra manifestazioni e feste, Manu Chao è ancora l’ultimo spirito libero

Riascoltare Manu Chao (Parigi, 21 giugno 1961), a distanza di anni dal periodo di maggior successo, che si può collocare tra gli anni ’90 e duemila, è un effetto amarcord. Ci riporta alle manifestazioni pacifiste e alle feste della sinistra studentesca di cui è stato colonna sonora. Nel 2021 è tornato a suonare a Genova 20 anni dopo il suo concerto del 2001 e ha partecipato, a sorpresa, al concerto in ricordo di Carlo Giuliani, ucciso durante gli scontri del G8 in quel tragico 20 luglio.

Si faceva  e si fa tutt’ora portavoce del no-globalismo freak tra i vari gruppi folk, ska e punk che affollavano piazze, palchi e negozi di dischi. All’apice della sua popolarità ha pubblicato il famoso album Clandestino, con alcune hit che sono subito entrate nel cuore di tutti coloro che indossavano calzoni fricchettoni, ma non solo. Ultimamente, Manu è più silenzioso, ma il suo stile di vita – ancora pieno di solidi ideali e integrità – continua ad ammaliare il pubblico in giro per il mondo. Ma quale è la storia del suo successo?

Per Manu Chao il successo internazionale arrivò tardi

Il pieno riconoscimento lo ottenne dopo una lunghissima gavetta, percorsa tra chilometri e fame di scoprire il mondo. Pianoforte e chitarra i suoi primi amori, suona in famiglia col padre giornalista e poi coi cugini nel vivace circuito alternativo parigino. Sperimenta fino all’esperienza de la Mano Negra, portata avanti tra alti e bassi dal 1987 al 1994. Quando i compagni lo lasciano, Manu Chao comincia a vagare alla ricerca delle proprie origini e di sé stesso, prevalentemente in Spagna e in Sudamerica.

Completa così la sua formazione: è proprio nel corso di questi anni on the road che prende corpo l’album Clandestino (1998), lavoro solista intorno al quale gravitano tanti artisti incontrati in Messico, Brasile, Argentina. Le sonorità  vengono salvate e “conservate” attraverso un piccolo studio di registrazione portatile. Un progetto di antropologia musicale, poi sublimato dalla stratificazione sonora dai mille campionamenti del produttore Renaud Letang.

Uno spirito ribelle con la passione per i Clash

Lo spirito ribelle, forgiatosi alla fine degli anni ’70 insieme alla passione  – stilistica, musicale e ideologica – per i Clash, lo porta a non tradire mai i propri principi. Nonostante il successo resta la cultura della strada il suo orizzonte. La legalizzazione delle droghe leggere, la causa no global, i diritti dei malati psichiatrici, senza mai dimenticare il dramma esistenziale dell’immigrazione clandestina, in cui si rispecchia. La sua musica ha subito molte influenze: il rock and roll, la chanson francese, la salsa spagnolo-americana, il reggae, lo ska e il raï algerino.

Influenze che derivano principalmente dalle sue relazioni con altri immigrati in Francia, dalle origini spagnole e dai viaggi in Mesoamerica come nomade. I suoi testi trattano di amore, immigrazione, della vita nei ghetti. Non risolverà mai la dispersione delle sue radici neppure col successo. Una crisi che anzi lo porterà ad allontanarsi dal mainstream dell’industria musicale spesso inconciliabile. Non ha mai accettato alcuno sponsor, fa dischi e concerti quando e come vuole, si permette di rifiutare offerte milionarie e raramente sta fermo per più di due settimane. Uno spirito musicale che non ha perso la sua integrità e libertà.

Alessia Ceci

Seguici su Google News

Adv

Related Articles

Back to top button