Train Dreams è un film che si è insinuato silenzioso nel catalogo di Netflix di quest’anno, senza la pretesa dei riflettori. In poche settimane è diventato un grande successo, tanto da conquistare 5 nomination ai Critic’s Choise Awards, e tre candidature ai Golden Globes 2026 (Miglior attore in un film drammatico e Miglior canzone). Il film diretto da Clint Bentley è un romanzo di formazione che non può e non deve fare a meno di una precisa scenografia. Perché la scenografia è essa stessa la protagonista, oltre che ad essere il luogo, l’Idaho, su cui si staglia il protagonista: Bonners Ferry (Robert Grainier). La recensione del film candidato agli Oscar 2026 per Miglior fotografia e Miglior canzone.

La vita sotto gli alberi di Bonners

Quello che fa Train Dreams, presentato per la prima volta al Sundance Film Festival a gennaio 2025, è un racconto rarefatto e autentico della vita bucolica, attraverso lo splendore delle immagini. I suoni, i colori, e le inquadrature cooperano coralmente alla ricostruzione di un mondo che abbiamo perduto: quello in cui l’uomo e la natura sono in simbiosi. Il protagonista, il taglialegna Bonners Ferry, è l’albero maestro del film. Il narratore extradiegetico invece, a cui è affidato il racconto, è la voce capace di guidarci nella sua quotidianità, ripercorrendo gli ottant’anni della vita di Bonners; e quando la voce si fa da parte lo fa per lasciar parlare la natura: solo così gli uccellini cantano e il torrente scorre indisturbato.

Nella natura incontaminata Bonners taglia gli alberi, scambia poche parole con i compagni di lavoro e poi alla sera torna a casa, da sua moglie e sua figlia. Tutto nei boschi, come nella vita, va secondo natura: la caduta di un albero, la crescita di un ortaggio, la morte di un uomo. Bonners dovrà fare i conti con sé stesso e con il silenzio di quel mondo proprio quando a morire saranno le persone a cui tiene di più e il silenzio del bosco gli diviene ostile.

Il dolore della perdita

A volte il dolore mi mangia vivo, altre volte è come se fosse successo a qualcun’ altro“. Questa è una battuta pronunciata da Bonners, in quei rari momenti in cui l’uomo riesce a sfogarsi. Parla a singhiozzi, e per la maggior parte del tempo agisce. Ma quando pronuncia queste parole spiega tutto il senso del film. Incontra una donna dopo anni dalla scomparsa della moglie, e fissando il luogo dell’incendio che gliel’ha portata via, confessa il suo dolore. Un dolore che a volte, a furia d’esser sotterrato, sembra appartenere ad un altro. La moglie muore a causa di un forte incendio, insieme alla figlioletta, e il mondo attorno a Bonners crolla.

Le prime luci di un mondo al tramonto

Quella stessa natura, che è sempre cassa di risonanza dell’uomo, gli diviene ostile. Proprio come nelle poesie di Giovanni Pascoli, la natura riflette espressionisticamente l’interiorità, e ingoia nel buio le creature che soffrono. Ma cos’è che davvero ha perso Bonners? L’intero film è l’elegia bucolica di ciò che abbiamo perso. Tecnicamente infatti enfatizza la vita agreste, con le inquadrature e il sonoro dei microsuoni naturali. L’uomo contemporaneo ha perso il contatto baudleriano con la prima natura a partire dalla seconda rivoluzione industriale, ed è proprio in questa valle solitaria che Train Dreams si colloca.

La possibilità di stendersi sull’erba e ascoltare il fiume che scorre è un’esperienza mistica, e irrecuperabile per l’uomo moderno. Ed è esso stesso un lutto sordo, con il quale l’inconscio non ha fatto i conti, proprio al pari del lutto che porta con se il taglialegna. Ecco che la morte delle due donne corrisponde alla morte della prima natura, al tramonto di un’era che non è possibile più recuperare. Industrializzazione, mediamorfosi, e progresso sono l’incubo dell’uomo che vive nei boschi e dei boschi. (Spoiler) E’ solo nel finale che l’anima dell’uomo trova conforto. Muore prematuramente e, come spiega il narratore, si sente finalmente in pace con il tutto. La ricomposizione dell’uomo avviene solo tornando a ciò che è stato.

La fotografia dell’anima

Il film ha una fotografia lodevole, curata nei minimi dettagli ma senza vuoti virtuosismi, da Adolpho Veloso e proprio per la sua bellezza rarefatta entra a pieno titolo tra i candidati per la Miglior Fotografia di questi Oscar 2026. Train Dreams è un film che scuote senza urlare, che ti entra dentro con la sottrazione. Meno dialoghi ci sono più il film si infiltra nei nostri atavici ricordi. C’è stato un tempo in cui abbiamo rincorso le galline mentre il sole tramontava? Se sì, come abbiamo potuto seppellirlo? E’ la stessa domanda che si pone Bonners: come si vive ocn il lutto incolmabile della sua famiglia? In un racconto tra il realismo e il figurato, Train Dreams recupera la bellezza registica di Barry Lindoln, nelle inquadrature dei taglialegna, e le riprese paesaggistiche di Walter Mitty e Into The Wild. Un recupero della natura è possibile nel sogno, come fa il protagonista quando immagina il ritorno della filgia. O semplciente è possibile nel cinema, dove ogni desiderio o ricordo atavico è ancora recuperabile.

La ciclicità a cui tornare

Tutto è uguale a tutto nella foresta, ci sarà qualcosa da imparare da tutto questo. Pronuncia la donna misteriosa che fa capolino nella seconda vita di Bonners. Ci sarà davvero da imparare da questo mondo, che tra muschi, arbusti e legna da ardere, persuade il cuore dello spettatore, nonostante la distanza generazionale che ci divide. Il film diretto da Clint Bentley taglia gli arbusti che cadono incombenti e ci riporta alla ciclicità dei contadini, un universo sensoriale di cui l’uomo ha davvero, forse, ancora bisogno.

Doriana Gatta