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Tre cose che ci sono piaciute di Stranger Things 4 (e una un po’ meno)

È arrivato il momento di parlare della quarta stagione di Stranger Things. In particolare, delle cose di Stranger Things 4 che ci sono piaciute di più e che hanno funzionato meglio, ma anche delle debolezze di una stagione tutto sommato molto bella. Quindi – attenzione! – a seguire spoiler a gogo per discutere finalmente di tutto quello che ci stiamo tenendo dentro da questo weekend. 

1. Vecna è un vero villain

Il primo elemento di pregio è la costruzione del villain Vecna: il migliore che la serie abbia mai visto. Uno dei problemi della terza stagione di Stranger Things (ma in realtà, in generale della serie), era la presenza di villain senza una vera e propria psicologia. Mostri spaventosi, certo. Ma le cui motivazioni non erano comprensibili (o comunque si riducevano al classico “vogliono distruggere il mondo”) a causa dello scarso approfondimento psicologico. Vecna è un cattivo veramente cattivo. È spaventoso, ma non perché è temibile, ma perché è insidioso e agisce sulla psiche, rivelando i demoni del passato dei personaggi. E quindi, come ha detto David Harbour, Vecna è un “horror psicologico”. Il modo in cui si insidia nei personaggi è metafora della malattia mentale: depressione, rimorso, ansia, disturbi alimentari. Vecna è un villain credibile perché ci fa empatizzare con i personaggi che colpisce (ciò non era successo con il Mind Flayer nella terza stagione), perché ci costringe a guardarci e a riconoscerci.

L’incubo è dentro di noi, non è solo un jumpscare o una creatura spaventosa, e forse per questo, anche sui social, il villain ha fatto tanto parlare di sé. La cheerleader Chrissy e il suo disturbo alimentare, Fred e il suo trauma irrisolto causato dal senso di colpa, Max e la depressione dovuta alla morte del fratello. Insomma, Stranger Things (finalmente!) usa i mostri come pretesto per parlare di qualcosa di importante. E collegato a Vecna c’è anche l’ottimo utilizzo della musica (pregio di tutta la serie dalla prima stagione): Running Up That Hill di Kate Bush è ritornata in classifica dopo quasi 40 anni. E sui social si discute su quale canzone ci salverebbe se Vecna dovesse catturarci. 

2. Il plot twist finale

Collegato a Vecna, abbiamo l’enorme plot twist della settima puntata. Quindi, se non siete ancora arrivati a questo punto, non leggete oltre per non rovinarvi la sorpresa. Forse stiamo parlando di uno dei colpi di scena meglio costruiti in tutta la serie, reso iconico anche dall’ottima recitazione di Jamie Campbell Bower. Infatti, era troppo strano che l’attore fosse stato castato unicamente per il ruolo di (inquietante, sì, ma non necessario) inserviente del laboratorio di Hawkins. E se era abbastanza prevedibile che fosse il misterioso e temibile numero 001 di cui tanto si è parlato nel corso della stagione, la sua backstory lascia senza fiato. Infatti, non solo assistiamo ad un collegamento tra la storyline di Victor Creel e Creel House e il Sottosopra, ma, finalmente, anche tra il Sottosopra e il laboratorio di Hawkins. E che soddisfazione vedere tutti i pezzi del puzzle collegarsi! 

3. Nerd e sportivi

Un’altra cosa che ci è piaciuta moltissimo è stata il parallelismo nella 4×01 tra la partita di basket e la partita di D&D. In particolare, i fratelli Sinclair, da veri underdog, cambiano le sorti di entrambi i giochi e diventano gli eroi della situazione. La bellezza nel parallelismo sta nel mostrare come tutte le passioni siano valide e meritevoli di riconoscimento, e che, alla fine, i tifosi sportivi non sono tanto diversi dai nerd. In entrambi i casi c’è il coinvolgimento emotivo, l’ansia della vittoria (e della possibile sconfitta) e la sensazione di essere parte di una squadra e di un gruppo. E quindi, anche il nerd Eddie Munson e l’atleta Jason non sono poi così tanto diversi. 

Due storyline un po’ deboli

Per finire, le cose che ci sono piaciute un po’ di meno. O meglio, quelle che ci sono sembrate più deboli. Stiamo parlando delle storyline di Hopper, Joyce e Murray e di quella di Jonathan, Will e Mike. Entrambe (ma in particolare quella in California), risultano essere più di contorno e meno centrali per lo sviluppo della trama. Forse negli episodi del secondo volume i personaggi ritorneranno centrali e fondamentali, ma così sembrano solo usati come riempitivi. La storyline di Hopper è un po’ una ripetizione del classico cliché del salvataggio di un personaggio in pericolo: non temiamo mai che possa succedergli qualcosa perché, effettivamente, si è già misteriosamente salvato da una morte certa. La curiosità di vedere come l’Unione Sovietica si collegherà al resto della trama, però, rimane. 

Così non si può dire per la storyline californiana. Infatti, lo screentime riservato ai personaggi è poco e, soprattutto, marginale. L’unico approfondimento dei personaggi che viene abbozzato è quello del rapporto tra Mike e Will. La loro relazione sembrerebbe muoversi verso un presunto innamoramento di Will nei confronti dell’amico, anche se è già stato smentito dall’attore di Will, Noah Schnapp. Ci troviamo di fronte ad un caso di queer baiting come era successo nella terza stagione per il personaggio di Robin? 

Questa storyline, però, ci ha dato una delle scene più iconiche della stagione: quella ambientata nella casa di Suzy e dei suoi fratelli. Anche qui si ricalcano i cliché e l’effetto nostalgia dei film degli anni ‘80, in particolare quello delle famiglie numerose e caotiche. E questa è la cosa che forse Stranger Things riesce a fare meglio da sempre: prendere i generi più in voga nel cinema degli Eighties e tradurli in una sola serie.

Carola Crippa

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