«Chiedi un autografo all’assassino
Guarda il colpevole da vicino»
Lo cantava Samuele Bersani nel 2003, anticipando come sempre i tempi. Negli ultimi anni, la serialità italiana, così come il web e i suoi derivati, sembrano infatti aver sviluppato una nuova, insaziabile passione: il True Crime. Si tratta di un genere che racconta storie vere di crimini, indagini e altri eventi drammatici; una forma di intrattenimento ibrida che, pur basandosi su fatti reali, cerca di creare attesa e coinvolgimento emotivo nello spettatore, come se si trattasse di un film.
L’ascesa del True Crime: documentari, serie, podcast

Lo scorso anno ha destato scalpore la docuserie Il caso Yara, prodotta da Netflix e diretta da Gianluca Neri, che racconta il delitto della giovane Yara Gambirasio, uccisa nel 2010 da Massimo Bossetti. L’assassino è parte integrante della narrazione, e offre allo spettatore il proprio sguardo sull’accaduto; un ruolo da protagonista che ha riacceso, nell’animo dei revisionisti la convinzione che l’uomo sia innocente. I social si sono scatenati, mettendo in discussione il lavoro degli inquirenti e confrontandosi sui possibili scenari alternativi, come se si trattasse di un telefilm e non della triste realtà.
A portare al successo il True Crime sono stati principalmente il giornalista Stefano Nazzi, attraverso il suo podcast Indagini, il collega Pablo Trincia, autore di Veleno, e la youtuber Elisa True Crime. Da tempo, inoltre, fiction e serie TV attingono a piene mani dalla cronaca nera, come dimostrano alcuni prodotti, ad esempio Avetrana, qui non è Hollywood, disponibile su Disney+, che ripercorre la storia dell’assassinio di Sarah Scazzi.
Sui social network, inoltre, proliferano account dedicati proprio a questo genere; le varie piattaforme diventano aule di tribunale, nelle quali gli utenti -soprattutto i più giovani- si scambiano pareri, condividono e confutano tesi, avviano indagini sommarie e, talvolta, emettono sentenze prima ancora che lo faccia il giudice di competenza.
Adrenalina a distanza di sicurezza
Ma cosa ci spinge ad appassionarci a racconti di efferati omicidi, rapimenti e sevizie di vario tipo? Le motivazioni sono varie, e vanno ricercate nel nostro inconscio. Se, a un livello più superficiale, potremmo constatare semplicemente come il True Crime regali allo spettatore (o ascoltatore, nel caso dei podcast) un’emozione forte, quella scossa di adrenalina che spesso manca alla sua quotidianità.
Come giocatori d’azzardo, inseguiamo il brivido dell’incertezza, della suspense, del timore, affascinati dall’idea di calarci -a distanza di sicurezza- in un dualismo vittima-carnefice che ci spinge a scoprire la natura umana e i suoi lati più cupi e nascosti, scandagliando gli elementi della storia personale di una persona x che l’hanno portata a diventare un killer. Mossi da una curiosità ai limiti della morbosità, studiamo la sua famiglia, il rapporto con i genitori, con l’ambiente circostante, con i partner; cerchiamo la scintilla che ha scatenato l’incendio nella sua mente e, senza rendercene conto, analizziamo noi stessi.
True Crime: un’immersione nelle profondità dell’animo umano
Il True Crime è infatti una finestra spalancata sul male che, se da un lato ci porta a empatizzare con le vittime e i loro cari, e fa nascere in noi un forte desiderio di giustizia, dall’altro ci permette di accarezzare le nostre parti più oscure. Ascoltando le parole di un omicida, finiamo per proiettare parti di noi in lui, vinti da quella che Sigmund Freud chiamava “pulsione di morte”.
Constatare come chiunque, anche il più insospettabile “bravo ragazzo”, figura mitologica tirata in ballo in ogni caso di femminicidio, potrebbe potenzialmente compiere le più inimmaginabili atrocità, ci atterrisce e ci obbliga a interrogarci anche su noi stessi. Esplorare i confini della moralità attraverso i fatti di cronaca nera ci fa scoprire nuovi lati della nostra personalità, non necessariamente positivi, ma che ci aiutano a entrare in contatto con le paure più recondite e, potenzialmente, a riconoscere segnali di pericolo, in noi stessi e negli altri.
Se, da una parte, questo tipo di narrazioni possono dunque favorire un certo tipo di autoanalisi, dall’altra la loro fruizione eccessiva rischia di scatenare ansie e paranoie e, soprattutto, di anestetizzarci di fronte al dolore, sviluppando in noi una sorta di vouyerismo morboso che potrebbe farci dimenticare la sofferenza delle vittime e il fatto che si stia pur sempre parlando di persone in carne e ossa, e non di personaggi di fantasia. Positivo o negativo che sia, l’impatto del True Crime è innegabile, e ci ha donato un punto di vista del tutto inedito sul binomio bene-male, che è molto meno definito di quanto ci si possa aspettare. D’altronde, come scrive Stephen King, «Monsters are real, and ghosts are real too. They live inside us, and sometimes, they win».
Federica Checchia
Seguici su Google News





