Trump invoca la pena di morte: il volto autoritario dietro la fandonia da “law and order”. Il presidente rilancia la pena capitale a Washington DC e schiera la Guardia Nazionale nelle città democratiche. Dice di non essere un dittatore, ma i suoi atti parlano da soli.
Donald Trump continua a giocare la carta della paura, travestita da sicurezza. In una riunione di gabinetto alla Casa Bianca ha annunciato che il suo governo chiederà la pena di morte per tutti gli omicidi a Washington DC: un territorio dove la pena capitale non esiste più e dove la massima condanna prevista è l’ergastolo.
Il paradosso è evidente: un presidente che vuole imporre la morte in un distretto che ha scelto la vita. E lo fa sapendo bene che non esistono prove che la pena capitale riduca i tassi di criminalità, come conferma il Death Penalty Information Center. Ma per Trump non conta la realtà, conta il messaggio politico: law and order, cioè repressione dura, simbolica, esibita.
Trump, pena di morte e militarismo domestico
La pena di morte è solo un tassello. All’inizio del mese Trump ha mandato centinaia di soldati della Guardia Nazionale a pattugliare armati le strade di Washington, e ora valuta di estenderne la presenza a Baltimora, Chicago e New York. Le città governate dai democratici diventano così bersagli politici, laboratori di un autoritarismo che usa i militari come corpo di polizia interna.
È la fotografia di un Paese che rischia di vedere normalizzato l’uso dell’esercito contro i propri cittadini. Inquietante eco di regimi che chiamano “ordine” la repressione e “prevenzione” la pena di morte.
“Io non sono un dittatore” dice il dittatore
Trump ha detto:
La linea è che sono un dittatore, ma fermo il crimine. Io non sono un dittatore, so solo come fermare il crimine.
La formula è grottesca: negare di essere un dittatore mentre si militarizzano le città e si invoca la pena capitale universale. È la vecchia tecnica della destra autoritaria: costruire un nemico (il “crimine”, sempre astratto e senza cause sociali), promettere la forza come unica risposta, pretendere consenso cieco.
Non solo America: l’onda nera globale
La deriva trumpiana non resta chiusa nei confini statunitensi. Il messaggio di un potere che governa con la paura e con l’esercito parla direttamente alle destre europee: a Marine Le Pen in Francia, all’AfD in Germania, a Giorgia Meloni in Italia. Tutti leader che, in forme diverse, propongono lo stesso schema: emergenza permanente, repressione al posto di politiche sociali, sicurezza come alibi per restringere diritti e libertà.
La lezione è chiara: se Trump normalizza l’uso della pena di morte come strumento politico, in Europa qualcuno proverà a fare lo stesso con i suoi equivalenti autoritari. La lotta non è più solo contro un uomo, ma contro un modello globale.
La questione di Trump è una deriva che riguarda tutti
Non è solo questione americana. La retorica di Trump parla alle destre di tutto il mondo, che vedono nell’uomo forte e nella repressione lo strumento per normalizzare crisi sociali e diseguaglianze. La sua ossessione per la pena di morte è un avvertimento: se la paura diventa legge, la democrazia muore pezzo dopo pezzo.
Trump può dire di non essere un dittatore quanto vuole. Ma la sostanza è lì, sotto gli occhi: un presidente che usa lo Stato per punire, non per proteggere.
Maria Paola Pizzonia





