L’amministrazione Trump ha rimosso circa dieci giorni fa la bandiera arcobaleno dallo Stonewall National Monument. Un atto deliberato contro l’intero movimento LGBTQ+. Il gesto che ha toccato il luogo in cui tutto è iniziato nel 1969 non è passato inosservato. Non è stato solo il sindaco di New York, Zohran Mamdani, a manifestare indignazione. Anche il senatore democratico Chuck Schumer si è espresso a favore della protezione della bandiera Pride dall’amministrazione Trump.
Come Trump continua a censurare la storia LGBTQ+
L’azione dell’amministrazione Trump non ha toccato esclusivamente il simbolo della comunità, ma il valore sociale e storico che vi ruota attorno. Le ragioni avanzate, come dichiarato dal National Park Service (NPS), fanno riferimento a specifiche direttive governative. Secondo queste, infatti, “solo la bandiera degli Stati Uniti e altre bandiere autorizzate dal Congresso o da un dipartimento vengono issate sui pennoni gestiti dal National Park Service, con limitate eccezioni”. Le dichiarazioni aggiungono che “qualsiasi modifica all’esposizione delle bandiere viene apportata per garantire la coerenza con tali linee guida”. Tuttavia, sotto l’amministrazione precedente la bandiera era stata autorizzata proprio perché forniva il contesto storico necessario al monumento.
Nonostante il tentativo di voler far credere che siano state “semplicemente” applicate delle norme tecniche preesistenti che limitano i tipi di bandiere autorizzate sui pennoni federali, gli intenti sono evidenti. Quanto accaduto non rappresenta il primo tentativo di censura e repressione. Si è verificato con l’Defending Women from Gender Ideology Extremism, l’ordine esecutivo che ha imposto a tutte le agenzie federali di riconoscere solo due generi definiti dal sesso biologico. Pochi giorni dopo sul sito dell’NPS è stato rimosso ogni riferimento alle donne transgender e alle persone non binarie, figure centrali dei Moti di Stonewall.
Continua, ancora, con il Restoring Truth and Sanity to American History, un’ordinanza volta a cambiare il modo con cui la cultura e la storia americana viene gestita. Trump sostenne, infatti, che la storia americana fosse stata “distorta” dall'”ideologia”, obbligando le agenzie federali a rivedere monumenti, musei, mostre e memoriali. Tutto questo affinché venisse garantita una narrazione “patriottica” e “unificante” del passato. E, dopo aver vietato le bandiere trans e non binarie, adesso ha preso di mira la Progress Pride che, da sempre, abbraccia l’intera comunità.
La risposta di Mamdani e Schumer
Come accennato all’inizio, Mamdani ha chiesto ufficialmente al National Park Service di riportare la bandiera del Pride allo Stonewall National Monument. Il sindaco di New York si definisce “indignato per la rimozione della bandiera arcobaleno del Pride”. Aggiunge che New York rappresenta “la culla del moderno movimento per i diritti LGBTQ+ e nessun atto di cancellazione cambierà mai, o metterà a tacere, quella storia”. Mamdani dichiara che continuerà a battersi per una New York che investe nella comunità e ne difende la dignità, senza eccezione.
Anche il leader della minoranza al senato, il democratico Chuck Schumer, si sta mobilitando affinché la storia non venga censurata. Ha proposto, infatti, una legge per inserire la bandiera del Pride come simbolo autorizzato dal Congresso. Questo potrebbe essere l’unico modo per garantire protezione a un simbolo storico. “La rimozione della bandiera arcobaleno del Pride dallo Stonewall National Monument da parte dell’amministrazione Trump è un’azione profondamente oltraggiosa che deve essere revocata”, ha dichiarato Schumer. Se i diritti non vengono garantiti dalla legge, spiega, “possono essere minacciati e i simboli non protetti possono essere rimossi”.
Similmente, anche la proprietaria Stacy Lentz dello Stonewall Inn, bar in cui ebbero inizio le celebri rivolte del 1969, ha aggiunto: “Quella bandiera non è politica, è un fatto storico di ciò che è accaduto su questo sacro terreno. Togliere quella bandiera è un tentativo di cancellare una parte della lotta americana e della storia americana che le persone LGBTQ hanno fatto per garantire l’uguaglianza”. La mobilitazione contro il gesto dell’amministrazione Trump è stata e continua a essere viva. Nessuno ha intenzione di permettere a Donald Trump di riscrivere la storia. La comunità ha già lottato in passato per rivendicare il solo fatto di esistere e, senza esitazioni, continuerà a farlo.
Stefania Cirillo





